L’indagine campionaria è stata realizzata su un campione probabilistico stratificato in base alla distribuzione della popolazione per sesso, classe d’età (18-24 anni; 25-34 anni; 35-44 anni; 45-64 anni; 65 anni ed oltre) ed area geografica (Nord-Ovest, Nord-Est, Centro, Sud e Isole) risultante dai dati dell’ultimo Censimento Istat.

I questionari compilati e analizzati sono stati complessivamente 2.063 ed hanno indagato diverse aree tematiche: la fiducia dei cittadini nelle Istituzioni, il rapporto con l’Europa, la condizione economica delle famiglie, i consumi, lo smart working, il rapporto dei cittadini con il personale sanitario, il ricorso agli psicofarmaci ed alle terapie psicologiche, il possesso e la cura di animali domestici, gli stili alimentari, lo stalking, stereotipi e discriminazioni, il rapporto tra settentrionali e meridionali, l’informazione ai tempi della pandemia.

I questionari sono stati somministrati tra novembre 2020 e gennaio 2021.

Ecco il passaggio che riguarda Taranto dal titolo:

LEBERIAMO TARANTO

Nel corso degli anni, a più riprese, abbiamo segnalato l’idea di
“smontare” tutti gli insediamenti industriali ormai obsoleti e quelli
nei quali è cessata la produzione. Il nostro territorio è popolato da
un numero incredibile di “ecomostri” abbandonanti a se stessi e di
altri ancora in funzione che, con il pretesto di dover salvaguardare
produzione e occupazione, drenano enormi risorse pubbliche
attraverso continue sovvenzioni o attraverso il finanziamento della
cassa integrazione.
Tra i tanti, il caso di Taranto è davvero emblematico e sofferto.
Tutti conosciamo le vicende dell’Ilva senza che qui se ne debbano

descrivere, ancora una volta, i percorsi. Si tratta di un impianto
voluto negli anni Sessanta/Settanta, pensato come risposta ai
problemi occupazionali del Mezzogiorno e con la prospettiva di
rendere autosufficiente l’Italia nella produzione dell’acciaio. Era
nato così uno stabilimento che, progressivamente, aveva occupato
porzioni sempre più ampie del territorio comunale: le acciaierie Ilva
hanno una superficie di 15 milioni di metri quadrati, ottenuta
cancellando vigneti, uliveti e masserie, più del doppio per
estensione della stessa città di Taranto. Tant’è che, nel corso degli
anni, si era parlato non più di uno stabilimento in città ma di una
città dentro lo stabilimento.
Salutato all’inizio come panacea dei problemi
occupazionali e, nello stesso tempo, come avanguardia del
nuovo sviluppo industriale del Meridione, si è rivelato nel tempo
un pozzo senza fondo che ha ingoiato un numero imprecisato di
miliardi di euro. Nello stesso tempo, lo stabilimento è diventato
una vera e propria centrale di produzione delle patologie più
diverse segnalate puntualmente dalle autorità sanitarie regionali.
Attualmente, le acciaierie occupano 8.200 operai con un
indotto che interessa circa 3mila dipendenti, circa 5mila sono i
cassaintegrati. Insomma, siamo di fronte a quello che non si può
certo definire un esempio di successo.
Recentemente, la Magistratura aveva costretto lo
stabilimento alla chiusura di due dei cinque altiforni con
l’obiettivo di limitare le emissioni considerate pericolose per la
salute dei cittadini. Una successiva sentenza del Consiglio di
Stato ne ha disposto la riapertura. Nonostante l’emergenza
sanitaria, ambientale e la progressiva riduzione del numero degli
addetti, lo stabilimento continua nella sua attività, difeso a spada
tratta da chi non vede, o non vuole vedere, soluzioni alternative
possibili.
Se si considera che oggi l’acciaio può essere acquistato a
livello internazionale a prezzi notevolmente inferiori di quelli
necessari per la sua produzione a Taranto, e che in una
economia globalizzata ciascun territorio dovrebbe cercare di
valorizzare al meglio i propri asset e le proprie risorse, non resta
che una soluzione: chiudere le acciaierie.
A chi prospetta l’impoverimento del territorio e la perdita
di migliaia di posti di lavoro si può segnalare che esistono
soluzioni alternative. Coerentemente con le strategie a lungo
termine dell’Unione europea, con i Piani nazionali per l’energia
e il clima e con i Piani per la transizione energetica, le stesse
risorse, finanziarie e umane, impegnate per mantenere in vita lo
stabilimento, possono essere utilizzate per smantellare gli
impianti, bonificare il territorio e restituirlo alle sue naturali
vocazioni.
Secondo calcoli, sia pure approssimativi (ma l’Istituto ha
deciso di verificare attraverso un’approfondita analisi i costi e i
benefici di una possibile riconversione), occorrerebbero dieci
anni circa per la prima fase, smontare gli impianti, altri dieci anni
per bonificare il territorio e altri dieci anni per avviare una serie
di attività alternative legate al settore del turismo, dei servizi,
dell’ambiente, dell’agricoltura mantenendo gli stessi livelli
occupazionali se non, addirittura, incrementandoli.
In conclusione, dobbiamo abituarci a immaginare il futuro
con nuove lenti, con una nuova cultura del lavoro e del territorio
per non rimanere appesi ad un passato di politica industriale che
non ha più senso né prospettive. Le reminiscenze autarchiche

nella produzione dell’acciaio sono compatibili solo con l’antica
stagione della “politica delle cannoniere”, di infausta memoria.

QUI POTETE SCARICARE SINTESI DEL RAPPORTO

ANCHE IN VERSIONE INGLESE

La procura di Taranto ha chiesto il rinvio a giudizio per nove ex dirigenti dell’Ilva indagati per la morte di Lorenzo, il bambino di 5 anni, colpito da un tumore al cervello, causato, secondo l’accusa, dai veleni industriali. Il 22 luglio si terrà la prima udienza preliminare.

Dopo la conclusione delle indagini i magistrati Remo Epifani e Mariano Buccoliero, ritenendo plausibile un legame tra il tumore al cervello insorto a Lorenzo Zaratta e le emissioni prodotte dall’Ilva, hanno chiesto un processo per nove soggetti accusati, a vario titolo, di omicidio colposo.

Mauro Zaratta, il padre del piccolo Lorenzo non ha mai smesso di credere che suo figlio fosse stato vittima dei veleni prodotti dall’Ilva. E’ andato fino in fondo anche se consapevole di quanto fosse insidioso il cammino verso la verità.

Lorenzo è morto il 30 luglio 2014. Da pochi giorni aveva compiuto 5 anni. Era diventato il simbolo della lotta per l’ambiente quando suo padre, il 17 agosto del 2012, salendo sul palco durante una manifestazione a Taranto, mostrò la foto del figlio intubato. Era certo che nessuno fosse in grado di dimostrare il nesso di causalità tra il tumore di suo figlio e i fumi dell’Ilva. Ne era certo tanto quanto lo era della responsabilità dell’Ilva. Tutta la sua famiglia viveva a Taranto. I suoi nonni e sua madre erano morti di tumore. Sua moglie, durante la gravidanza, lavorava nel quartiere Tamburi.

Oggi, forse, Mauro è più vicino alla verità. Le prove prodotte dai consulenti incaricati dall’avvocato Leonardo La Porta che assiste la famiglia Zaratta, hanno accertato la presenza di metalli pesanti nel cervello di Lollo, elementi riconducibili all’attività siderurgica.

Grazie, inoltre, al lavoro svolto da Antonietta Gatti, l’esperta che ha analizzato diversi campioni di materiale biologico prelevato dal piccolo Lorenzo, è stato possibile dimostrare che, a generare la malattia, è stata l’esposizione ambientale della madre durante la gravidanza. Questo avrebbe provocato nel bimbo un aumento del rischio di sviluppare un cancro al cervello. Ora l’ultima parola spetta alla giudice Paola Incalza che si esprimerà nella prima udienza preliminare il prossimo 22 luglio.

C’è grande attesa per l’esito dell’udienza. E tanta speranza che venga fatta giustizia. E’ questo il senso delle parole che un amico di Mauro Zaratta gli dedica sul suo profilo facebook: ‘Ricordo ogni istante di quei terribili giorni di sette anni fa. Quella piccola bara bianca, le lacrime e la rabbia della gente. Ho avuto la fortuna di conoscere Lorenzo e, ogni volta che lo guardavo, il suo viso mi trasmetteva una grande forza. Forse già sapevo in cuor mio che lui per noi sarebbe diventato un simbolo. Anzi in verità per noi già lo era un simbolo. Da quel 17 agosto 2012, in cui il suo papà salì sul palco per raccontare la storia del suo piccolo Lorenzo. Era forte. Proprio come Mauro e Roberta. Due genitori ma soprattutto due persone eccezionali. Nessuna sentenza potrà restituire il piccolo Lorenzo a Mauro, Roberta, al suo fratellino, i nonni e gli zii. Nessuno potrà restituire al piccolo Lollo il tempo e la vita che gli è stata sottratta. Ma è arrivato il momento che venga fatta giustizia. Ti vogliamo bene Lollo’

In questa sezione vi raccontiamo la storia del progetto Tempa Rossa e la nostra battaglia, quasi in solitaria, per contrastarlo. Tutto ciò che viene riportato è documentato. Per avere documenti ufficiali e file audio scrivete a legamionici@gmail.com, in cambio vi chiediamo di citare la fonte e la battaglia del nostro comitato.

Buona lettura.

LA STORIA DEL PROGETTO TEMPA ROSSA

Quando si parla di Taranto si pensa all’ex Ilva. Le sue ciminiere e la diossina sono i simboli di una città annientata da una selvaggia produzione di acciaio. Nella città dei due mari tutto è coperto da una spessa coltre di fumi che rende invisibili le bellezze del territorio. Una città predestinata a essere preda delle lobbies pronte ad affondare, in una terra già sanguinante, i propri artigli. Come quelli del cane a sei zampe di Eni. Sì, perché Taranto è anche Eni. Raffineria Eni. È petrolio proveniente dalla Basilicata, dalla Val d’Agri. Ma è anche Tempa Rossa progetto di Total nella valle del Sauro. Secondo il protocollo siglato da Eni in Joint – venture con Total-Shell-Mitsui, le compagnie incrementeranno del 40% l’esportazione complessiva nazionale di petrolio, per una capacità annua di 2,7 milioni di tonnellate di greggio.

Tempa Rossa, le origini.

A Taranto si sente parlare per la prima volta del progetto Tempa Rossa nel 2011. Nel breve servizio di un tg locale venivano spiegate, a grandi linee, le caratteristiche del progetto che nasceva in Basilicata e che si sarebbe sviluppato, in parte, anche a Taranto. Un servizio che rassicurava sull’assenza di rischi ambientali. La notizia, passata inosservata, non fece breccia sull’opinione pubblica, completamente all’oscuro di cosa realmente fosse quel nuovo business dell’oro nero e cosa significasse per la città. Le prime informazioni le forniva il sito ufficiale di Total.

«Scoperto nel 1989, il giacimento Tempa Rossa, nella concessione Gorgoglione, è particolare per la natura degli idrocarburi presenti (oli pesanti da 10 a 22 Api e presenza di zolfo) ma anche per il suo contesto ambientale: situato tra il Parco regionale di Gallipoli Cognato e il Parco nazionale del Pollino, la concessione si trova nel cuore di una regione ad alto valore turistico per la bellezza dei suoi paesaggi; si estende su un territorio geologico segnato da una sismicità non trascurabile e una rete idrogeologica complessa. A queste particolarità si aggiunge un patrimonio archeologico di primo piano. La valorizzazione di un tale giacimento rappresenta dunque una sfida che Total e i suoi partners accettano mettendo in opera le tecniche più adatte dell’industria petrolifera in materia di esplorazione e produzione, e anche per quanto riguarda la sicurezza delle operazioni, il rispetto dell’ambiente e della natura.». Total insomma presentava il progetto come una sfida e un’opportunità per la collettività. Una scelta comunicativa finalizzata a tenere gli animi calmi.

Sul sito del ministero dell’Ambiente era già stata depositata la documentazione relativa al progetto “Raffineria di Taranto – Adeguamento stoccaggio del greggio proveniente dal giacimento Tempa Rossa da realizzarsi nel Comune di Taranto.” A presentare richiesta di istruttoria, nell’ambito della procedura unificata di Valutazione d’impatto ambientale e Autorizzazione integrata ambientale, non è Total ma la società Eni spa, divisione Refining & Marketing, mai nominata sul sito della multinazionale francese. Altri colossi mondiali, come la società giapponese Mitsui e l’olandese Shell, sono co-titolari della concessione di coltivazione Gorgoglione, entrambe con il 25 per cento delle quote.

Basilicata e Puglia legati da un filo nero

Il progetto interregionale “Tempa Rossa” attiene al “Piano di Sviluppo del giacimento di idrocarburi Tempa Rossa”. Riguarda l’estrazione e la lavorazione di idrocarburi dal sito di Tempa Rossa, nei territori di Guardia Perticara (PZ) e di Gorgoglione (MT). E’ un giacimento petrolifero situato nell’alta valle del Sauro, nel cuore della Basilicata. Si estende principalmente sul territorio del Comune di Corleto Perticara (PZ) dove si trovano 5 pozzi, mentre il sesto pozzo si trova nel Comune di Gorgoglione. Si tratta, più in particolare, della realizzazione di altri due pozzi per l’estrazione di petrolio e metano e il loro pretrattamento presso un vicino Centro Olio. Oleodotti e condotte convoglieranno petrolio verso la raffineria di Taranto e gas petrolio liquefatto presso un sito di accumulo ed erogazione a Guardia Perticara. Il metano sarà immesso nella rete pubblica di distribuzione. A regime l’impianto avrà una capacità produttiva giornaliera di circa 50.000 barili di petrolio, 230.000 m³ di gas naturale, 240 tonnellate di GPL e 80 tonnellate di zolfo.

Tutto il petrolio arriverà alla raffineria Eni di Taranto dove verrà stoccato e poi esportato via mare. Per questo è previsto il prolungamento del pontile Eni-Petroli di circa 350 metri, che attraversa un tratto del Mar Grande, nel Golfo di Taranto. Il pontile sarà funzionale all’attracco delle nuove petroliere che arriveranno nel porto, portando ad un incremento del traffico marittimo di almeno novanta unità all’anno. Sulla terraferma, invece, il progetto prevede due nuovi serbatoi di stoccaggio di capacità complessiva pari 180 mila metri cubi; due aree di pompaggio per la spedizione al nuovo pontile del petrolio di Tempa Rossa e della Val d’Agri (lo storico giacimento lucano gestito da Eni); una nuova linea di trasferimento del petrolio dai nuovi serbatoi al pontile; un’altra di trasferimento del petrolio della Val d’Agri dai serbatoi esistenti al nuovo pontile; un impianto di preraffreddamento; due impianti di recupero vapori.

Tempa Rossa è considerato dalla Goldman Sachs – una delle più grandi banche d’affari al mondo – tra i 128 progetti più importanti a livello internazionale.

Fortemente sostenuto dal governo Renzi, e da tutti quelli che lo hanno preceduto, il 21 dicembre 2001, con delibera n.121 del Comitato interministeriale per la programmazione economica (Cipe) fu definito opera strategica a livello nazionale dal governo Berlusconi. La delibera stimava circa 100 milioni di barili equivalenti di olio recuperabili dal giacimento con un investimento di 230,340 milioni di euro comprensivo di linea di collegamento del Centro olio con l’esistente oleodotto della Val d’Agri, nonché dei serbatoi e dei lavori al pontile presso la raffineria di Taranto.

Secondo un accordo quadro tra Total e Regione Basilicata, una volta a regime, il progetto frutterà allo Stato e agli Enti locali 144 milioni di euro di royalties ogni anno. Insomma Tempa Rossa più che un affare per le lobbies del petrolio viene presentato come una vera e propria opera di pubblica utilità. Si prevedono, infatti, la concessione gratuita del metano alla Basilicata, un ulteriore contributo di 50 centesimi di euro per barile, un contributo di 3.000.000 euro per la realizzazione di una rete di monitoraggio ambientale, di 1.500.000 euro/anno per le attività di manutenzione, contributi in materia di sviluppo sostenibile, gestiti dalla Regione, per un valore progressivo che parte da 500.000 euro fino a 2.500.000 euro/anno a seconda del livello di produzione via via raggiunto, campagne di promozione dell’immagine della Basilicata per circa 250.000 euro/anno (sin dall’anno successivo alla sottoscrizione dell’Accordo). Vero o no, sono solo briciole rispetto all’enorme guadagno che ne deriverà per le ‘tre sorelle’ Total, Shell e Mitsui. E per Taranto? Solo veleni. Ad ogni modo la città non è disposta a scendere a compromessi e ribadirà il proprio ‘no’ facendo tremare gli affaristi del petrolio.

Taranto è, dunque, la città scelta come terminale, per questo gigantesco affare petrolifero. Il progetto, in seguito alla pubblicazione di alcune intercettazioni telefoniche, è, in seguito, rimbalzato sui grandi media nazionali anche a causa del coinvolgimento nella vicenda, oggetto d’inchiesta della Procura di Potenza (Petrolgate, su Eni), dell’ex ministra allo Sviluppo economico, Federica Guidi, dimessasi nel 2016 ma mai indagata, del suo ex compagno, Gianluca Gemelli, e di un dirigente della multinazionale francese, Giuseppe Cobianchi. Gemelli, in contatto costante con Cobianchi, si sarebbe impegnato- o così avrebbe fatto credere a Total- per favorire l’inserimento nella legge di Stabilità di un emendamento utile a sbloccare l’iter autorizzativo del progetto sul versante tarantino. A Taranto, infatti, la raffineria Eni avrebbe garantito le infrastrutture per l’export del petrolio via mare. Qui la forte opposizione della comunità locale rischiava di far saltare il progetto. Il fronte comune instauratosi tra politica locale e cittadini aveva costretto personaggi di spicco a compiere passi falsi. Vedremo più avanti perché.

Le prime opposizioni

Lo Studio di impatto ambientale non lascia spazio a dubbi sulle ricadute che il nuovo progetto avrà sul territorio tarantino. Ed è la stessa azienda ad ammettere, nella sua relazione, che l’opera comporterà una produzione degli scarichi gassosi in atmosfera pari a 36 mila chilogrammi/anno di composti organici volatili. Questo nonostante l’applicazione delle migliori tecnologie disponibili. Non solo. Le nuove installazioni- si legge nel documento- incrementeranno, all’interno della Raffineria, le emissioni diffuse e fuggitive di circa l’11-12 per cento, a causa delle dimensioni maggiori (una superficie di circa 10 mila metri quadrati) della nuova area di stoccaggio e del quantitativo di greggio movimentato.

Intanto Comune e Provincia di Taranto, nell’agosto del 2011, rilasciano parere positivo di compatibilità ambientale. Il parere della Regione Puglia, governata da Nichi Vendola, giungerà in ritardo e sarà anch’esso positivo. Pareri positivi con prescrizioni. Non vincolanti ma che suonano come un chiaro segnale di apertura nei confronti delle società petrolifere.

L’attenzione dell’opinione pubblica è nulla. Solo Legamjonici fa sentire la propria voce organizzando l’8 ottobre 2011 una manifestazione davanti ai cancelli della raffineria di Taranto, sulla Strada Statale 106, costeggiata dai serbatoi dell’Eni. Le parole dei manifestanti si scagliano soprattutto contro Tempa Rossa e il temuto incremento delle emissioni inquinanti. Alcuni giorni prima, l’allora direttore dello stabilimento Eni, Carlo Guarrata, aveva provato a rassicurare la cittadinanza affermando alle televisioni e alla stampa locali che il progetto «non inciderà sull’impatto ambientale». Alle proteste dei tarantini si uniscono quelle di una parte dell’ambientalismo lucano. Intervengono Antonio Bavusi dell’Organizzazione lucana ambientalista (Ola) e Maurizio Bolognetti dei Radicali lucani. Spicca il camper di sMemorandum, iniziativa itinerante promossa da Ola, Ola Channel, Movimento NoScorie Trisaia e RifiutiConnection, partita il 6 agosto 2011 da Policoro. Scopo del tour è informare i cittadini sui rischi del petrolio, dal momento in cui si trivella un pozzo fino alle fasi di trattamento nei centri oli e nelle raffinerie. Un tentativo di risvegliare le coscienze del popolo lucano, in parte assopito, in parte messo a tacere dalle promesse di royalties. Nel corso della manifestazione viene chiesto un incontro con il direttore dello stabilimento che, in extremis, concede un confronto telefonico. Diversi i punti contestati. Ma le rispettive posizioni restano contrastanti.

Le criticità emerse dallo Studio d’impatto ambientale presentato da Eni vengono elencate dal comitato Legamjonici: «È previsto un incremento delle emissioni diffuse e fuggitive fino a circa il 12 per cento ed una produzione di Composti organici volatili pari a 26 mila chilogrammi/anno; nello Studio di impatto ambientale c’è una totale mancanza di proposte di alternative, ivi compresa la cosiddetta “opzione zero”, con indicazione delle principali ragioni della scelta, sotto il profilo dell’impatto ambientale; lo studio, sebbene faccia riferimento a valutazioni di ordine sanitario, risulta essere fortemente carente di dati relativi ad un’indagine epidemiologica che tenga conto delle effettive condizioni sanitarie della popolazione tarantina ed in particolare della fascia più vulnerabile […]. Non risulta chiaro rispetto a quali parametri di tolleranza lo studio abbia ottenuto parere positivo dal ministero dell’Ambiente; lo studio è del tutto privo di una valutazione di rischio di incidente rilevante».

Il gruppo ambientalista si sofferma, inoltre, su un aspetto che fino a quel momento era stato ignorato: la direttiva Seveso sul rischio di incidenti rilevanti: «La raffineria è un’azienda che ricade nell’ambito dell’applicazione della direttiva Seveso per il rischio di incidente rilevante (decreto legislativo n.334/1999 e s.m.i. che recepisce la direttiva Seveso 96/82/CE), con possibile effetto domino. La manipolazione di greggio, la costruzione di due serbatoi della capacità complessiva di 180 mila metri cubi, la possibilità di sversamento di tossici in atmosfera e in ambiente marino sono rischi che richiedono analisi più attente. Risultano, invece, trattate con estrema superficialità. L’integrazione della componente sicurezza si rende necessaria».

E non trascura i rischi di inquinamento marino: «La realizzazione delle nuove installazioni incrementerà la capacità di movimentazione per l’export del greggio via mare. Questo si traduce in un aumento del traffico di navi, nello specifico di petroliere […] con possibilità di sversamento di idrocarburi nel Mar Grande […]; nella tabella sintetica relativa agli impatti sulle varie matrici ambientali (impatto neutro, nullo, positivo o negativo), relativamente al parametro d’interferenza “Sversamenti” non viene effettuata alcuna valutazione sull’impatto marino, nonostante sia previsto il monitoraggio del target “qualità delle acque marine e sedimenti marini”».

Entra anche nel dettaglio analizzando ogni parola, ogni frase: «Si parla di “minimizzazione” degli impatti ma non conosciamo la reale capacità di abbattimento dei sistemi adottati attraverso l’utilizzo di un impianto di recupero vapori. I nuovi impianti di recupero vapori permetteranno infatti solo in parte il recupero di composti organici volatili; si avrà la produzione di nuovi rifiuti pericolosi pari a 165 tonnellate/anno. Non è chiara la modalità di trattamento dei rifiuti, lo stoccaggio e lo smaltimento».

Con questi contenuti, Legamjonici rivolge un appello a cittadini, associazioni, comitati, politici locali, regionali e parlamentari per sostenere la richiesta di revoca in autotutela dell’eventuale parere positivo congiunto di VIA-AIA, rilasciato dal ministero dell’Ambiente, fino a giungere, se necessario, in sede giurisdizionale all’annullamento del pronunciamento di compatibilità ambientale. Ma a Taranto e in Puglia la politica si schiera a favore del progetto. L’eco del sit-in raggiunge intanto la Basilicata, mentre a Taranto un articolo della Gazzetta del Mezzogiorno, scritto da Fulvio Colucci, parla di «flop», a causa della scarsa partecipazione della cittadinanza e dell’ambientalismo locale. In realtà è la prima volta che viene organizzato un raduno ambientalista proprio davanti alla sede della raffineria. Alessandra Congedo, di Inchiostroverde.it, coglie l’importanza dell’evento, concedendo ampio spazio all’iniziativa, risaltando la forte valenza simbolica anche per la presenza della delegazione lucana, a testimonianza di uno stretto legame tra Puglia e Basilicata. In questo caso la connessione è l’oleodotto Viggiano-Taranto. Il fronte lucano, tranne rare eccezioni, sembra assopito. Presto però la questione avrebbe investito l’opinione pubblica a livello nazionale.

Il coraggioso sit-in, tuttavia, non basta a fermare il progetto. Purtroppo, il 27 ottobre 2011 il ministero dell’Ambiente, con l’allora ministro dell’ambiente Stefania Prestigiacomo, ne decreta la compatibilità ambientale e la contestuale autorizzazione all’esercizio. A condizione che Eni ottemperi a una serie di prescrizioni. Le più rilevanti riguardano la preventiva attuazione di un piano di monitoraggio ambientale che deve essere strutturato in tre fasi distinte: ante operam, costruzione, post operam. Il piano deve prevedere per tutte le fasi, un approfondito monitoraggio della qualità dell’ambiente marino con particolare riferimento ai parametri potenzialmente sensibili agli impatti associati al traffico navale. Il decreto, inoltre, prevede che la società presenti, entro l’avvio dei lavori di costruzione, un programma di intervento per la totale compensazione dell’aumento di emissioni di composti organici volatili. L’assetto emissivo deve essere, in sostanza, mantenuto inalterato rispetto alla situazione ante operam. Prescrizioni che proprio di recente il Ministero dell’Ambiente ha ritenuto non ottemperate.

Legamjonici non si arrende e nel mese di dicembre 2011 presenta una petizione al Parlamento europeo. Contesta, in particolar modo, aspetti correlati al rischio di incidenti rilevanti – oggetto di normativa europea (direttiva Seveso) – e di inquinamento marino. A marzo del 2012 la commissione per le petizioni del Parlamento europeo avvia un’indagine preliminare sul caso.

In Basilicata tutto tace

Per le strade di Corleto Perticara, nella Valle del Sauro, intanto, regna un surreale silenzio. I lavori sembrano procedere senza intoppi. È lo stesso dirigente Total, Giuseppe Cobianchi, a confermare l’assenza di grossi problemi, come emerso dalle intercettazioni riportate nell’ordinanza del gip della procura di Potenza. La situazione risulta meno tranquilla in Val d’Agri e assolutamente critica a Taranto. I media locali e nazionali ignorano la questione. Il mondo dell’associazionismo lucano è inerme tranne rare eccezioni. Anche tra la popolazione c’è una scarsa reattività. Giorgio Santoriello, presidente dell’associazione lucana, COVA Contro (https://covacontro.org/), ci spiega che ‘in generale in Basilicata c’è sempre stata scarsa reattività verso i progetti petroliferi, c’è solo tanta propaganda da parte dei politici locali nel dire che non si mercanteggia su salute e ambiente ma, in realtà, queste parole non trovano il minimo riscontro neanche nell’azione amministrativa’.

Ascolta l’audio testimonianza 1 integrale

Ma è anche un problema culturale:

Ascolta l’audio testimonianza 2 integrale

L’intervento del Parlamento europeo

Nel mese di gennaio del 2013 il Parlamento europeo si riunisce in Commissione per le Petizioni. Daniela Spera, in rappresentanza di Legamjonici, si reca a Bruxelles in qualità di promotrice della petizione riguardante Tempa Rossa. Sul tavolo di discussione la necessità di porre la dovuta attenzione sulla corretta applicazione della direttiva Seveso, recepita dall’Italia nella più recente legge n.105 del 26 giugno 2015, sul controllo del rischio di incidenti rilevanti correlati ad attività industriali che trattano sostanze pericolose. Il comitato, inoltre, chiede che la Commissione europea vigili anche sull’applicazione del Principio di precauzione in relazione alle misure da adottare per evitare gli sversamenti di petrolio in mare nel corso delle operazioni di carico e scarico di greggio. La stessa petizione, infatti, paventa nuovi rischi d’inquinamento legati all’aumento del traffico di navi petroliere nel mar Grande. Questo può compromettere la qualità delle acque del mar Grande- sostiene il comitato- aumentando il rischio di contaminazione di prodotti alimentari (mitili). Proprio il mar Grande si accingeva ad ospitare il novellame proveniente dal primo seno del mar Piccolo, contaminato da PCB e diossine, e pertanto sottoposto ad un’ordinanza dell’Azienda sanitaria locale che vietava il prelievo e la commercializzazione delle cozze.

Legamjonici chiede l’intervento della Direzione generale della salute e della tutela del consumatore (Sanco), contestando la violazione del Regolamento Ce n.1881/2006 – in vigore fino a dicembre 2011 – per il superamento dei limiti ben oltre il valore di 8 picogrammi/grammo e la violazione del successivo regolamento che ha fissato limiti più restrittivi per diossine e PCB (6,5 picogrammi/grammo). La Sanco si concentra invece sulla possibile violazione dei Regolamenti Ce n.852/2004, n.853/2004 e n.854/2004, relativi alla classificazione e al controllo delle aree di produzione dei molluschi bivalvi. Le questioni ambientali e sanitarie tarantine hanno dunque varcato i confini nazionali finendo sotto la lente di ingrandimento delle autorità europee. A Bruxelles, la Commissione europea, comunica di aver chiesto chiarimenti alle Autorità Italiane sulle presunte violazioni. Al momento del rilascio del parere favorevole Via/Aia del 2011, da parte del ministero dell’Ambiente, l’Eni risultava inottemperante a prescrizioni risalenti al 2009 e al 2010 sui rischi di prevenzione antincendio. L’autorità competente, infatti, non aveva ancora validato il rapporto di sicurezza presentato dall’azienda. Secondo la direttiva Seveso, in caso di un aggiornamento, il rapporto di sicurezza deve essere inviato «senza indugio». Questo progetto prevede un ampliamento dello stabilimento già esistente ma nessun rapporto di sicurezza sul progetto di nuova costruzione è stato inviato in via preliminare e senza indugio. Non solo. Viene contestata anche la violazione della direttiva Seveso nella parte relativa all’informazione e alla partecipazione del pubblico. Una carenza che renderebbe nulla l’intera procedura di Valutazione d’impatto ambientale. A preoccupare è anche la costruzione di nuovi serbatoi accanto alle cisterne già esistenti, con un aumento del rischio di un possibile “effetto domino”, come fenomeno di amplificazione di un incidente rilevante. In Italia la competenza nella corretta applicazione della normativa europea e nazionale è del Comitato tecnico regionale (Ctr). Questo, istituito dal ministero dell’Interno, è composto dal comandante provinciale dei Vigili del fuoco competente per territorio, da due rappresentanti dell’Arpa, due rappresentanti dell’Inail (ex Istituto superiore per la prevenzione e sicurezza sul lavoro), un rappresentante della Regione e da un rappresentante della Provincia e del Comune territorialmente competente. Il Ctr ha il compito di effettuare l’istruttoria e la valutazione finale dei rapporti di sicurezza per gli stabilimenti esistenti, nuovi e per modifiche con aggravio del rischio; trasmettere gli esiti al ministro dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare, al prefetto, alla Regione, al sindaco e al comando dei Vigili del fuoco; diffidare il gestore in caso di mancati adempimenti al decreto legislativo n.334/1999 e successive modificazioni; sospendere l’attività e ordinare la chiusura dello stabilimento o dell’impianto; individuare le aree ad elevata concentrazione di aziende; coordinare i gestori nell’elaborazione del piano sicurezza integrato; rilasciare i pareri di compatibilità territoriale.

La petizione resta aperta e la Commissione europea interviene

I primi risultati finalmente cominciano ad arrivare. Il Comitato tecnico regionale avvia una consultazione pubblica del rapporto preliminare di sicurezza per il rilascio del nulla osta di fattibilità relativo al progetto Tempa Rossa. Informa di questo anche la Commissione europea. Il 4 febbraio 2013 viene reso noto sul sito della provincia di Taranto un annuncio che risale al 21 dicembre 2012. Viene concessa una proroga. Il testo riporta che tutta la documentazione è visionabile, entro sessanta giorni dalla data di pubblicazione, presso gli uffici della Provincia di Taranto, ai fini degli adempimenti di cui all’articolo 23 del decreto legislativo n.334/99 (aggiornato con D.lgs. n° 105/2015), che ha recepito la direttiva Seveso. In quella sede, però, della documentazione non c’è traccia.

Il rapporto di sicurezza e le criticità riscontrate.

Dopo una lunga ed estenuante ricerca Legamjonici scopre che la sede di consultazione è la Polizia municipale di Taranto dove ci sono due enormi faldoni con tanto di sigillo, divieto di copia, e poliziotto che non distoglie lo sguardo. Dopo la raccolta delle criticità riscontrate ne risulta un documento che viene inviato al Comitato tecnico regionale della Puglia, al Dipartimento dei Vigili del fuoco, alla Direzione competente della Regione Puglia, al Settore Ecologia e Ambiente della Provincia di Taranto e alla Direzione Ambiente, Salute e Qualità della vita del Comune di Taranto. Contrariamente a quanto riportato nel documento in cui si specifica che «negli ultimi anni non si sono registrate trombe d’aria con effetti distruttivi nelle vicinanze della zona in esame»- “nel mese di novembre 2012 si è verificato un evento identificato come “tromba d’aria”, più verosimilmente tornado-specifica Legamjonici- ‘’l’evento ha avuto effetti distruttivi che hanno colpito lo stabilimento Ilva, poco distante dalla raffineria Eni, e gran parte del territorio del vicino comune di Statte, causando un morto e numerosi feriti, con conseguenze di intensità da moderata a grave.

Alla pagina 121, paragrafo 5.3.9 “Precauzioni e/o coefficienti di sicurezza assunti nella progettazione dell’impianto”, alla voce “vento”, si legge che “le strutture sono state progettate considerando una velocità del vento pari a 27 metri al secondo ed una pressione cinetica pari a 150 kg/mq…”.

Attraverso il seguente calcolo: 27 m/s x 3,6 (fattore di conversione da m/s a km/h) si ottiene il valore di 97,2 km/h. Si segnala che la potenza registrata della tromba d’aria verificatasi nel novembre del 2012 è stata identificata con grado di distruttività F3, pari in media ad una velocità del vento di circa 240 km/h. Le strutture non sono state quindi progettate per resistere ad una velocità del vento pari a compresa tra 97,2 e 219 km/h, nell’ipotesi che si verifichi una tromba d’aria di potenza inferiore a quella registrata nel 2012. Si osserva dunque un aumento complessivo del rischio di incidente rilevante, poiché aumenta la frequenza complessiva di accadimento dell’evento incidentale.

Per l’ipotesi 14, considerando che lo scenario di esportazione del greggio Tempa Rossa previsto sarà di 2,7 milioni t/anno con portata di spedizione pari a 3000 m3/h, i bracci di carico del greggio Tempa Rossa alla piattaforma di carico P3 saranno utilizzati per circa 2000 ore/anno, l’evento incidentale per perdite significative del braccio di carico è 6 x 10-3 occ/anno mentre per rottura catastrofica è 6 x 10-5 occ/anno. Il rischio di evento incidentale è quindi da considerarsi aggiuntivo in ragione dell’aumento del traffico di petroliere.

Per le ipotesi di 19/20 pag. 77, per rotture catastrofiche e perdita significativa dai serbatoi T30-50 e T30-51 asserviti all’unità VRU di futura installazione, si prevede un aumento complessivo della frequenza di accadimento di eventi incidentali.»

È evidente che questo progetto non è innocuo neanche sotto il profilo della sicurezza. La normativa vigente, tuttavia, concede ampio margine di intervento alle società che propongono progetti ad elevato rischio di incidenti rilevanti. Le prescrizioni non altro che strumento per consentire la realizzazione di opere intrinsecamente pericolose. Ma la legge c’è e va dunque rispettata ed applicata, soprattutto quando si hanno gli occhi puntati della Commissione europea. Proprio per questo il CTR accoglie le osservazioni di Legamjonici (inserire doc). Ne inserisce alcune come prescrizioni a cui ottemperare nel Rapporto definitivo di sicurezza. Pena il divieto all’avvio della messa in esercizio degli impianti. L’Eni ha però ricevuto la validazione del Rapporto preliminare di sicurezza e, dunque, può iniziare a costruire. Dovrà però spiegare come intende ottemperare alle prescrizioni. La resistenza degli impianti a fenomeni meteorologici devastanti è un aspetto fondamentale. Eni non potrà ignorarlo.

I timori di Total.

Nell’estate del 2014, intanto, si costituisce il Movimento Stop Tempa Rossa, al quale aderiscono diverse realtà associative e comitati (inserire link al sito). La mobilitazione della cittadinanza, l’opposizione in tutte le sedi, le osservazioni presentate dagli attivisti agli enti competenti sono come uno tsunami e finalmente cresce sul progetto l’attenzione dell’opinione pubblica e dei media nazionali. Particolarmente efficace si rivela la compagna di comunicazione del neonato movimento. È a questo punto che cominciano a emergere i primi timori da parte di Total. È quanto si evince anche dalle intercettazioni telefoniche riportate nell’ordinanza del gip della procura di Potenza. È il 18 settembre 2014: «Cobianchi rimanendo sempre in tema, ma variando lievemente l’argomento, si soffermava un attimo sulle difficoltà che la Total riscontrava nel portare avanti il progetto […] e nel richiamare le procedure adottate, tese ad avviare tavoli di confronto, faceva un cenno soprattutto ai problemi riscontrati a Taranto […]. Quindi, su questo siamo attenti, se seguite sulla stampa, questo è un altro grosso motivo di preoccupazione per questo progetto, è quello che sta succedendo a Taranto […].[…] l’Eni fino ad oggi, e non è una critica quella che faccio, ma è… una realtà, una constatazione, si è preoccupata più di ottenere le autorizzazioni che di avere un dialogo in un ambiente difficile, perché a Taranto la situazione, e ci sono stato qualche volta, è veramente complicata, non per i problemi di Tempa Rossa, non per i problemi del progetto nostro, neanche tanto per i problemi della raffineria, ma per i problemi dell’Ilva. Però lì l’opinione pubblica è in buona parte contraria. Noi dal mese di luglio, con il supporto anche di Confindustria, il signor Presidente Somma, soprattutto di Confindustria in Puglia, […] stiamo parlando direttamente alle istituzioni ed andremo a parlare con le persone […]».

La preoccupazione è forte. Senza dubbio la personalità più temuta da Total è Daniela Spera che è anche una dei tre portavoce del movimento. Per questo, il 2 ottobre del 2014, esattamente all’indomani della conferenza stampa in cui Legamjonici comunica l’accoglimento da parte del Comitato tecnico regionale delle osservazioni presentate nel 2013, l’attivista riceve una telefonata da parte di Massimo Dapoto, responsabile della comunicazione di Total E&P Italia. Segue una mail: «Gentile dottoressa Spera, come da scambio telefonico di pochi minuti fa le comunico che stiamo organizzando un workshop su “Tempa Rossa: sviluppo, sostenibilità e rispetto per l’ambiente”, che si terrà a Taranto il giorno 16 ottobre 2014, ore 16.00 c/o l’hotel Delfino. Il workshop consisterà in una serie di interventi che intendono chiarire i dettagli del progetto Tempa Rossa, degli interventi previsti a Taranto per il suo completamento, con attenzione ai temi di impatto ambientale, ed ai riflessi sull’economia portuale. Il workshop è organizzato con l’intendo di confrontarsi, attraverso un dialogo puntuale, anche con coloro che hanno idee diverse sul Progetto Tempa Rossa. Per tale ragione vorremmo invitarla a partecipare come relatore e ad esporre le posizioni del movimento che lei rappresenta. Tutto ciò con spirito di dialogo e trasparenza. Il dettaglio sul programma e gli altri relatori, in via di definizione, le saranno comunicati a stretto giro. Confidiamo nella conferma della sua disponibilità a partecipare. In attesa la saluto cordialmente. Massimo Dapoto.». Lo stesso invito viene rivolto ad Angelo Bonelli, all’epoca consigliere comunale di Taranto e coordinatore nazionale dei Verdi, unico soggetto politico che si era espresso apertamente contro il progetto. Il convegno viene interamente trasmesso da una tv locale, BlustarTV (cerca online anche locandina). I tarantini non concedono alcuna apertura nei confronti della società petrolifera. Vengono esposte, con estrema precisione, tutte le criticità del progetto e il workshop si trasforma in un vero e proprio boomerang per la joint-venture che può solo prendere atto di una situazione locale di forte ostilità.

Ma cosa c’entra Total che invece è titolare del progetto in Basilicata? In realtà, oltre che con le istituzioni, Total parlava anche con Eni su quanto stava accadendo a Taranto.Un problema seguito dalle compagnie petrolifere, dal momento stesso in cui era nata l’opposizione al progetto, quindi dal 2011: «Ieri […] ieri l’altro è stata fatta una joint-venture di qui perché fino a luglio era l’Eni che seguiva il problema, ci informava, però, insomma, ci siamo resi conto che stiamo un po’ perdendo  […] la dimensione lì e quindi, oltre il fronte del ‘no’ che si è espresso fino ad oggi, cerchiamo di far crescere anche un fronte del ‘sì’ e poi andremo anche a parlare, se necessario, adesso vedremo, le forme vanno un attimo…studiate, per il momento c’è un programma di incontri, siamo partiti dalle istituzioni, anche regionali, andremo a parlare anche con i cittadini, se necessario. Quindi […]» Quindi ai piani alti qualcosa comincia a muoversi. E qualcosa si era già mosso. Occorre fare in fretta, accelerare l’iter del progetto.

L’emendamento sblocca-Tempa Rossa.

Tutto accade in seguito alla pressione esercitata dai movimenti locali contrari alla realizzazione del progetto. Il sindaco Ippazio Stefàno, molle contro l’Ilva ma duro contro Tempa Rossa, almeno in apparenza, si mostra irremovibile. L’onda di opposizione induce il Comune di Taranto, il 5 novembre 2014, a votare una delibera – la numero 123 (cerca delibera forse sul sito stop tr)- con la quale, in sostanza, si vietava il prolungamento del pontile Eni, utile all’attracco delle petroliere. Nell’ambito dell’approvazione del Piano regolatore portuale veniva esclusa tale opera. Il Comune di Taranto, tuttavia, andava oltre l’esclusione del prolungamento del pontile, inserendo anche il divieto a costruire i due serbatoi, utili allo stoccaggio del greggio, che non rientravano nel perimetro di competenza del porto di Taranto, ma in un’area di competenza dell’Eni, essendo previsti all’interno del parco serbatoi di sua proprietà, in prossimità della raffineria. Non solo. Il Comune stabiliva nella delibera, in maniera unilaterale, la revisione dell’Atto di intesa Città-Porto. E, infatti, in variante allo strumento urbanistico vigente, adottava il nuovo Piano regolatore del porto con esclusione delle opere che interessano gli interventi Tempa Rossa con conseguente revisione dell’Atto d’intesa Città-Porto. E’ a questo punto che Cobianchi si attiva: «So che il ministro in prima persona si è adoperato nelle settimane scorse con la regione Puglia per cercare di promuovere questo incontro, che sarebbe stato importante […] Purtroppo da quello che so la regione Puglia non ha dato una disponibilità a questa roba, per motivi politici sostanzialmente, da quello che ho capito (imminenti elezioni regionali, ndr), quindi adesso si cercherà di far passare nella legge di Stabilità un po’ quello che è necessario far passare […] ovviamente c’è tutta una serie di iniziative che con […] si sta cercando di portare avanti anche sul piano, mi lasci dire, giuridico nei confronti delle delibere che sono state prese al comune di Taranto

Azioni legali che non tardano ad arrivare. A farci comprendere gli interessi in ballo è la varietà dei soggetti coinvolti. A presentare ricorso, accanto alle società petrolifere Eni, Total Italia, Shell Italia, Mitsui Italia, figurano anche il Comandante Gennaro Cimaglia, capo pilota del Porto di Taranto in quiescenza, Valentino Gennarini, amministratore dell’agenzia marittima Società Nicola Girone srl. Ecco le motivazioni che accompagnano la richiesta di annullamento al Tar Puglia di Lecce: «Incompetenza, eccesso di potere in tutte le figure sintomatiche, in particolare, sviamento, difetto assoluto di istruttoria, mancanza di contraddittorio procedimentale, difetto di motivazione, travisamento dei fatti e dei presupposti, illogicità manifesta contraddittorietà interna ed esterna». Un gioco da ragazzi. Perché nel 2011 lo stesso Comune di Taranto aveva espresso parere favorevole di compatibilità ambientale al progetto e, ancora prima, un’altra Giunta aveva incluso nel piano regolatore portuale il prolungamento del pontile. Ma c’è il timore che questo non basti a sbloccare il progetto. Nelle osservazioni fornite da Eni si legge che «Le società attraverso i rispettivi rappresentanti […] propongono le loro osservazioni a tutela del pubblico interesse quanto al contenuto della delibera di Consiglio Comunale n.123 del 5 novembre 2014 nella parte in cui si dispone l’esclusione delle opere che interessano gli interventi Tempa Rossa (prolungamento del pontile petroli, serbatoi ed ogni altra opera connessa). Ritengono le società che la formulazione delle osservazioni presentate ed argomentate, corrisponde al pubblico interesse perché ad esse è affidata la realizzazione del progetto di sviluppo del giacimento di idrocarburi denominato Tempa Rossa qualificato come infrastruttura strategica di preminente interesse nazionale ai sensi della legge 21/2001 numero 443 (cosiddetta legge Obiettivo) il quale ha già ricevuto in sede preliminare definitiva la necessaria approvazione da parte del Comitato interministeriale.» Ma la legge Obiettivo si riferisce solo ai pozzi in Basilicata e non comprende le opere connesse al trasporto, stoccaggio ed export via mare. Quasi un messaggio in codice, come a dire: serve la dichiarazione di strategicità anche per Taranto.

È chiaro che il tassello mancante è un atto legislativo. E la Ministra Guidi, questo, lo sa bene, tant’è che, rivolgendosi a Gemelli, specifica: «..E poi dovremmo riuscire a mettere dentro al Senato…se è d’accordo anche Maria Elena, quell’emendamento che mi hanno fatto uscire alle 4:00 di notte, rimetterlo dentro alla legge con l’emendamento alla legge stabilità e a questo punto se riusciamo a sbloccare anche Tempa Rossa..ehm..dall’altra parte si muove tutto!». Insomma, Tempa Rossa a tutti i costi. Anche contro il volere dei cittadini.

L’emendamento ha lo scopo di dare valenza di ‘pubblica utilità’ e ‘strategicità’ a quella parte ‘dimenticata’ del progetto al quale, in questo modo, può essere applicata la legge ‘Sblocca Italia’, modifica che non era passata in sede di conversione in legge. A quel punto il progetto avrebbe avuto tutte le strade spianate e un iter autorizzativo più snello. Il premier Matteo Renzi, in tutta la vicenda, appare sereno e, anzi, rivendica l’inserimento dell’emendamento pro-Tempa Rossa nella legge di stabilità, in quanto atto necessario per un’opera, quella lucana, ritenuta di ‘pubblica utilità’.

Qual era il contenuto della norma in questione? Proposto nel dicembre del 2014 (modifica n.2.9818 al DDL n.1698/2014) ed inserita nella Legge n.190 del 23 dicembre 2014 (Legge di Stabilità 2015), l’emendamento era stato concepito per modificare la normativa vigente in materia di opere energetiche:

«All’art. 2, dopo il comma 223, aggiungere i seguenti:Al fine di semplificare la realizzazione di opere strumentali alle infrastrutture energetiche strategiche e di promuovere i relativi investimenti e le connesse ricadute anche in termini occupazionali, all’articolo 57 del decreto legge 9 febbraio 2012 numero 5, convertito con modificazioni dalla legge 4 aprile 2012, numero 35 sono apportate le seguenti modificazioni:

  1. al comma 2, dopo le parole ‘per le infrastrutture e insediamenti strategici di cui al comma 1’ sono aggiunte le parole ‘nonché per le opere necessarie al trasporto allo stoccaggio al trasferimento degli idrocarburi in raffineria alle opere accessorie ai terminali costieri e alle infrastrutture portuali strumentali allo sfruttamento di titoli concessori esistenti comprese quelle localizzate al di fuori del perimetro delle concessioni di coltivazione’ e dopo la parola ‘autorizzazione’ sono aggiunte le seguenti: ‘incluse quelle’;
  2. dopo il comma 3, sono inseriti i seguenti: 3-bis. In caso di mancato raggiungimento dell’intesa, si provvede con le modalità di cui all’articolo 1, comma 8-bis, della legge 23 agosto 2004 numero 239, nonché con le modalità di cui all’articolo 14-quater, comma 3, della legge 7 agosto 1990 numero 241; 3-ter. L’autorizzazione di cui al comma 2 produce gli effetti previsti dall’articolo 52-quinquies, comma 2, del decreto del Presidente della Repubblica 8 giugno 2001, numero 327, nonché quelli di cui all’articolo 38, comma 1, del decreto legge 12 settembre 2014, numero 133, convertito con modificazioni dalla legge 11 novembre 2014 numero 164 (Sblocca Italia ndr)».

Il punto a) si riferisce proprio al progetto Tempa Rossa, nella parte che riguarda Taranto: trasporto, stoccaggio e opere accessorie ai terminali costieri. E al punto b) si specifica che anche per queste opere si applica la facoltà da parte del governo di autorizzare in via definitiva il progetto in caso di mancata intesa con le regioni interessate. Questa parte del progetto è di vitale importanza e il 13 dicembre del 2014, Gianluca Gemelli invia un sms a Giuseppe Cobianchi: Buonasera Dott. Cobianchi, Le confermo che Tempa Rossa è stata definitivamente inserita come emendamento del governo nella legge di Stabilità. Buon we. Gianluca”.

Tempa Rossa, parola d’ordine: accelerare.

È datato 20 febbraio 2015 il provvedimento con cui il ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare dichiara che Eni può avviare l’attività di costruzione nonostante non sia stata completata la bonifica delle aree interessate. Il provvedimento non ha tra i destinatari il Comune di Taranto che viene subito informato dal comitato Legamjonici. La Direzione generale del ministero dell’Ambiente ha, infatti, ritenuto in data 18 febbraio 2015 che la prescrizione DVA-DEC-2011-573 del 27 ottobre 2011 «possa considerarsi ottemperabile in più fasi successive.» Cosa prevedeva il decreto? «Per quanto riguarda l’area Sin (Sito di interesse nazionale) – si legge – i lavori previsti dal progetto potranno avere inizio soltanto dopo la conclusione della procedura di caratterizzazione ed eventuale bonifica delle aree a mare e a terra direttamente interessate, nel quadro delle indicazioni e degli obblighi dettati da DM 26.2.2003 del MATTM e sulla base di quanto eventualmente specificato, e prescritto a riguardo, in sede di conferenza di servizi dalla Direzione Generale per la tutela del territorio e delle risorse idriche. Qualora fosse necessaria la bonifica la procedura in questione si riterrà conclusa, e quindi i lavori potranno essere iniziati, soltanto in presenza della certificazione di avvenuta bonifica da parte dell’autorità competente relativamente alla totalità delle aree oggetto dell’intervento.»

In sostanza, per le aree a terra e a mare che non richiedono bonifica Eni fa presente di aver ottemperato alla prescrizione in oggetto e precisa di voler procedere con le attività di costruzione del progetto Tempa Rossa. Restano invece da bonificare le aree risultanti contaminate e destinate ai due nuovi serbatoi e al nuovo attraversamento ferroviario. A questo punto, la Direzione generale del ministro dell’Ambiente chiede alla Commissione tecnica di verifica dell’impatto ambientale Via-Vas se la certificazione di avvenuta bonifica consente l’avvio dei lavori sulle aree bonificate (e su quelle non soggette a bonifica) oppure «se si debba attendere la conclusione delle procedure di bonifica per la totalità delle aree prima di poter iniziare i lavori.» La Commissione tecnica, offrendo una nuova interpretazione della prescrizione originaria, stabilisce che questa può essere considerata «ottemperabile in più fasi successive». Una manovra che appare come una chiara volontà di accelerare l’iter del progetto al fine di arrivare, quanto prima, alla fase di costruzione, a partire proprio dal prolungamento del pontile, contro il quale, circa quattro mesi prima, il Comune di Taranto si era espresso.

L’Ente civico impugna il provvedimento al Tar ma il ricorso non viene accolto. Il Consiglio comunale, poco dopo, getta improvvisamente la spugna, sotto la pressione locale di chi vuole Tempa Rossa. La macchina messa in moto da Total per arrestare l’opposizione locale, cercando ‘di far crescere anche un fronte del ‘sì’’, questa volta, ha funzionato. Il sindaco Stefàno abbandona l’ascia di guerra, anche terrorizzato da una possibile pioggia di richieste di risarcimento danni da parte di vari soggetti. A questo punto la stampa locale considera ormai chiusa la partita. Manca però ancora un passaggio.

Il 30 novembre 2015 il Ministero dello Sviluppo economico emette il provvedimento di autorizzazione che sarebbe diventato definitivo solo dopo l’intesa con la Regione Puglia. In caso di inerzia, il ministero dello Sviluppo economico avrebbe rimesso gli atti alla Presidenza del Consiglio dei ministri, la quale, entro sessanta giorni dalla rimessione, avrebbe provveduto ad autorizzare definitivamente. Non c’è tempo da perdere. Il 2017 è alle porte e Total è pronta ad avviare l’attività di estrazione. Ulteriori intoppi potrebbero far sfumare definitivamente il progetto.

Il fronte del “Sì”, tuttavia, resta voce isolata. Il Comune di Taranto persiste nel dichiararsi contrario al progetto Tempa Rossa. Il 14 marzo 2016 è la categoria degli ingegneri tarantini a mostrarsi, invece, favorevole al dialogo. Infatti Total ha accettato l’invito da parte del presidente dell’Ordine degli ingegneri, Antonio Curri, a rendersi disponibile per presentare il progetto Tempa Rossa e il settore Oil&Gas a tutti gli iscritti. Lo stesso presidente Curri ha dichiarato che «grazie agli elementi raccolti ognuno può finalmente costruirsi una corretta opinione su un progetto così importante. […] Nell’ottica di favorire la massima trasparenza sulle attività svolte – con particolare riguardo agli elevati livelli tecnologici, alla sicurezza ed alla protezione ambientale della propria industria Total E&P Italia ha da subito confermato la propria disponibilità.» Presenti all’incontro Roberto Pasolini, Direttore esecutivo affari istituzionali e relazioni esterne, diversi ingegneri e il presidente di Confindustria Taranto, Vincenzo Cesareo. Nella relazione conclusiva fornita dall’Ordine degli ingegneri si legge che «i lavori si sono svolti in un clima di interesse e con la partecipazione attiva di un centinaio di ingegneri a riprova del fatto che il dialogo e la condivisione di informazioni sono sempre la via maestra per superare le contrapposizioni ideologiche.»

Dieci giorni dopo, esattamente il 24 marzo 2016, esplode il caso mediatico. Un caso che, al di là degli aspetti puramente processuali, dagli esiti, come si vedrà, irrilevanti, rappresenta una triste pagina della storia d’Italia che conferma una forte commistione tra le grandi lobbies industriali e la politica. Ma quali conseguenze ha avuto l’inchiesta in Basilicata? Ancora una volta a spiegarcelo è Giorgio Santoriello che si sofferma, in particolare, sulla figura dell’ex sindaca Rosaria Vicino, coinvolta nell’inchiesta:

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Tutto questo mentre è in corso la campagna referendaria sulle trivellazioni in mare. Il presidente della Regione Puglia Michele Emiliano, tra i promotori del referendum, non può più ignorare il progetto ed è costretto ad esporsi apertamente contro di progetto.

Come noto, il referendum sulle trivelle non raggiunse il quorum. I tentativi di boicottaggio, il cono d’ombra mediatico, l’ignavia di alcuni e la disinformazione hanno avuto la meglio. In ogni caso 15 milioni di italiani sono andati a votare e 13 milioni hanno votato per abrogare la norma oggetto del quesito referendario (aggiungi info su quesito). Nella regione investita dall’inchiesta sul disastro ambientale prodotto da attività petrolifere, la Basilicata, si è raggiunto un risultato importante: il 50,17% dei lucani si è recato alle urne e 96% ha detto “sì, siamo stanchi del petrolio’. A seguire la Puglia con il 41,6% di affluenza alle urne, di cui il 95% ha votato ‘sì’. Lecce il capoluogo con i dati più elevati (47,55%) seguita da Bari (42,23%) e Taranto (41,74%).

Il dato di Taranto è significativo e incoraggiante. È stato evidentemente infranto un muro di omertà rispetto a un tema fondamentale: il futuro energetico del nostro Paese e la tutela delle nostre risorse naturali. Se si confronta questo dato con l’affluenza registrata nel 2011 al referendum su acqua pubblica e nucleare nella città di Taranto (49,9%), la cui campagna referendaria aveva goduto di un’adeguata tempistica di svolgimento, possiamo affermare che il dato di 42,5% è un ottimo risultato, soprattutto perché raggiunto nonostante il tempo limitato (meno di 2 mesi) a disposizione per informare. Un risultato, questo che acquisisce maggiore valore perché ottenuto in una città che, sopraffatta dall’emergenza sanitaria, ancora in atto, a causa dell’attività siderurgica, sembrava aver abbandonato ogni desiderio di riscatto. La questione petrolifera ‘Tempa Rossa’ a Taranto, grazie a questo risultato, diventava centrale, non più solo battaglia di chi si era speso negli ultimi anni, spesso in solitudine, contribuendo in così breve tempo a sensibilizzare l’opinione pubblica locale.

Tempa Rossa si farà, ma con qualche intoppo.

Nonostante il clamore mediatico e i risultati raggiunti, in Puglia e Basilicata con il referendum, Tempa Rossa si farà. Per il progetto della Total è tutto pronto. Il Consiglio dei ministri, infatti, il 22 dicembre 2017, delibera le autorizzazioni necessarie all’esecuzione del progetto. Il premier Paolo Gentiloni non fa altro che applicare l’articolo 57 della legge n.5 del 9 febbraio 2012 – il cosiddetto decreto “Semplifica Italia”, convertito nella legge n.35 del 4 aprile 2012 – e dell’articolo 14-quater della legge n.241 del 7 agosto 1990 (“Nuove norme sul procedimento amministrativo”). Sul versante tarantino il governo si appella al “superamento della mancata intesa” con la Regione Puglia, “in considerazione della grande rilevanza strategica dell’opera per le politiche energetiche nazionali […]”. Anche se le opere necessarie ad accogliere i volumi di olio derivanti dalla Concessione “Gorgoglione” «a causa del ritardo nell’avviamento dei lavori di adeguamento degli impianti della raffineria ENI di Taranto– ricorda la stessa Total- non saranno realizzate nei tempi originariamente previsti».

Subito dopo, Eni, sul versante tarantino, ottiene la proroga per la validità del decreto di Compatibilità ambientale, emanato il 27 novembre 2011. Con un provvedimento del ministero dell’Ambiente, n.373 del 27 dicembre 2017, si concede altro tempo alla società che ha chiesto il completamento della prescrizione A3, che riguarda l’avvenuta bonifica dell’area serbatoi, preliminare agli inizi dei lavori, entro il 23 novembre del 2020. Nello stesso decreto viene anche modificata la prescrizione C5 per il contenimento delle emissioni maleodoranti dalla raffineria, che limitano la permanenza nell’area monumentale di Santa Maria della Giustizia.

A questo punto non resta che prendere atto dell’ok definitivo. E nel mese di aprile 2018 viene siglato un protocollo d’intesa tra Comune di Taranto, Eni, Total, Mitsui e Shell che l’amministrazione Melucci non esita a ritenere ‘’partner strategici con i quali costruire un rapporto duraturo nel lungo periodo che testimoni una vicinanza fattiva tra aziende e comunità, anche valorizzando i contributi delle attività imprenditoriali locali nel rispetto della legge”.

Sul tavolo dell’accordo hanno preso forma accordi su progetti di compensazione che Eni, Total, Mitsui e Shell si impegnano a realizzare. Per la durata del transito del greggio Tempa Rossa e dell’utilizzo delle infrastrutture oggetto del Progetto, definiranno con il Comune, con cadenza annuale o pluriennale, progetti in ambito economico-sociale e culturale nell’ottica-sostengono- di una cooperazione di reciproco interesse e di lungo termine. Le modalità di realizzazione dei progetti verranno definite in appositi accordi attuativi, con cadenza almeno annuale e per tutta la durata del Protocollo.

Eni, inoltre, promette di garantire, in fase di costruzione, i livelli occupazionali e di avviare percorsi formativi di riqualificazione professionale per accrescere e sviluppare le conoscenze dei processi produttivi, in vista delle attività future. La realizzazione del programma potrà avvenire attraverso il coinvolgimento di Eni Corporate University, della Fondazione “ENI Enrico Mattei”, di altre istituzioni private concordate tra le parti, delle istituzioni pubbliche, delle Università locali interessate e degli istituti scolastici presenti in città. Infine, il 15 dicembre 2018, alla presenza del sindaco Rinaldo Melucci, viene inaugurata la nuova sede operativa di Total. Per gli attivisti locali, che negli anni hanno portato avanti una lotta, senza sosta, riuscendo a fare fronte comune con le istituzioni locali, questa apertura incondizionata, è davvero un brutto. Ormai, tutto tace. Anche da parte dei consiglieri di opposizione più vicini ai movimenti ambientalisti.

Il 20 maggio 2019 arriva però una brutta notizia per Total. Il Comitato interministeriale per la programmazione economica (Cipe) non accoglie la richiesta di proroga della dichiarazione di ‘pubblica utilità presentata da Total, relativamente ai Comuni di Corleto Perticara, Guardia Perticara e Gorgoglione, rilevando carenza di motivazione in merito alle ragioni del rinnovo dei vincoli preordinati all’espropriazione. Non solo. Il Comitato contesta anche l’omessa comunicazione agli aventi diritto dell’avvio del procedimento di proroga della dichiarazione di pubblica utilità. Total quindi deve andare avanti con ciò che ha ottenuto fino al quel momento. Non può più espropriare terreni.

Del resto, non ha senso la richiesta dal momento che i sei pozzi previsti sono stati già realizzati e Total è pronta ad effettuare prove di esercizio per testare gli impianti del sito. Inoltre, è la stessa Total a dichiarare che i terreni interessati al progetto sono detenuti a seguito di accordi bonari, in corso di perfezionamento, e di decreti di esproprio in corso di registrazione e trascrizione. 

Il 27 gennaio 2020 viene deposito sul sito del Ministero dell’Ambiente un progetto di adeguamento del ‘Pontile Petroli’ che prevede la costruzione di strutture di sostegno (pali e travi metallici) utili a reggere il peso di uno dei due tubi che trasporteranno petrolio fino al punto di attracco delle navi. La proposta, piuttosto impegnativa, arriva da Eni. Il 6 giugno dello stesso anno viene avviata la fase di consultazione pubblica per la verifica di assoggettabilità a VIA. In sostanza si deve decidere se sottoporre il progetto ad analisi ambientale approfondita per la presenza di possibili effetti sull’ecosistema. Solo due associazioni presentano le osservazioni: COVA Contro e Legamjonici. Eni non tarda a inoltrare le sue controdeduzioni in risposta alle due associazioni. Sul fronte lucano, intanto, tutto procede liscio. Nel mese di dicembre Total avvia l’attività di estrazione dopo una prima fase di prove sperimentali. Anche a Taranto Eni va avanti ma incontra il primo ‘no’ da parte del Ministero dell’Ambiente. Si conclude, infatti, con esito negativo la procedura di Verifica di Ottemperanza inerente il progetto. Il parere si riferisce, in particolare, al Piano di Gestione terre e rocce da scavo la cui variante, con decreto direttoriale del 20 giugno 2014, era stata esclusa da Valutazione di Impatto ambientale ma con prescrizioni. La verifica riguarda la prescrizione n.1 che prevede un Piano di Monitoraggio Ambientale aggiornato ed integrato con ulteriori valutazioni. Eni ha fornito al Ministero dell’Ambiente una relazione tecnica sugli esiti di monitoraggio. Il documento, però, non convince la Commissione Tecnica di Verifica dell’Impatto Ambientale VIA e VAS che ritiene non ottemperata la prescrizione.

Il 6 marzo 2021 il centro Oli Tempa Rossa, non fa in tempo a partire, che subito si ferma. A comunicarlo è il Presidente della Regione Basilicata, Vito Bardi: ‘Al fine di assicurare ai lucani che l’impianto Centro Olio Tempa Rossa eserciti la sua attività in piena affidabilità e sicurezza, la Regione Basilicata ha chiesto alle società concessionarie una “fermata generale” dell’impianto che comporterà un’attività manutentiva sostanziale. Le società hanno condiviso la richiesta della Regione e procederanno a redigere un approfondito “studio di affidabilità” redatto da esperti del settore con i conseguenti interventi che saranno, appunto, effettuati durante la “fermata generale”. Per il governo Bardi la tutela dell’ambiente e della salute dei lavoratori e dei cittadini è un valore inderogabile. ’

Sulla decisione intervengono anche i Consiglieri regionali Carlucci, Leggieri e Perrino che considerano preoccupante l’inadeguatezza dell’impianto e dichiarano che ‘la sospensione delle attività è avvenuta di comune accordo tra le parti dopo settimane di fiammate, sanzioni e giustificazioni alquanto bislacche da parte di Total, che nei giorni scorsi non ci ha fatto mancare nemmeno lo zuccherino delle assunzioni tutte lucane all’interno dei suoi impianti. ’

Dello stesso avviso è Giorgio Santoriello che ha testimoniato e denunciato numerosi danni ambientali nella propria terra:

Ascolta Giorgio Santoriello testimonianza6

Ma dopo i proclami, ora, ci vogliono i fatti perché, sul versante lucano, il progetto non ha grandi ostacoli:

Ascolta Giorgio Santoriello testimonianza7

‘In Basilicata manca tutto. Manca un piano regionale di tutela dell’aria, di sorveglianza sanitaria. La VIS (Valutazione di Incidenza Sanitaria) non è prevista’ –aggiunge Santoriello- ‘stiamo cercando di installare un sistema di videosorveglianza in tempo reale dell’impianto, anche se c’è molta paura e omertà a livello locale nell’ospitare le videocamere. L’intento, oltre ad avere un censimento degli eventi, è anche quello di creare pressione mediatica, stando col fiato sul collo alla compagnia, continuando a denunciare, facendo pressione anche sulla magistratura, come abbiamo sempre fatto. Per gli eventi che si verificano di frequente non è possibile fare affidamento solo sulle sentinelle che riprendono e pubblicano i video delle fiammate, anche con i cellulari. Siamo ridotti in questo modo! Così non è possibile ricostruire tutte le anomalie sul funzionamento dell’impianto. I dati ufficiali non vengono resi noti, non vengono pubblicati. ’ L’attivista rivolge anche pesanti critiche ai sindaci lucani che sembra ‘abbiano completamente dimenticato di essere ufficiali sanitari’. E conclude ancora più duramente: ‘i grandi assenti sono proprio i politici del posto che, anche se cambiano, di fondo, hanno tutti lo stesso atteggiamento di sudditanza verso le compagnie petrolifere’.

…Ma la storia continua.

LINK COLLEGATI:

Legge obiettivo: https://www.camera.it/parlam/leggi/01443l.htm

https://covacontro.org/?s=tempa+rossa

In occasione della Giornata Mondiale della Terra, Legamjonici parteciperà a questo incontro, nel segno della solidarietà reciproca tra donne quotidianamente impegnate per la tutela della Terra. L’evento è organizzato dal gruppo ecofemminista della ‘Casa delle donne’ di Lecce.

(AGI) – Taranto, 20 apr. – Inserire anche la bonifica dei siti inquinati nel Piano nazionale di ripresa e resilienza. È la proposta che una serie di associazioni ambientaliste di varie parti d’Italia hanno inoltrato al premier Mario Draghi. La proposta è partita da Giustizia per Taranto e vede l’adesione di Legamjonici Taranto, Comitato Salute Pubblica Piombino e Val di Cornia e  Mal’aria di Falconara. Oltrechè al presidente del Consiglio, la proposta è stata inviata ai ministeri della Transizione Ecologica, della Salute, del Sud e dello Sviluppo economico. La proposta – si spiega -, inviata per conoscenza anche al sindaco di Taranto, Rinaldo Melucci, e al presidente della Regione Puglia, Michele Emiliano, “ha origine dall’esigenza di chiudere le fonti inquinanti e trae spunto dallo studio redatto da Confindustria nel 2016 dal titolo “Dalla bonifica alla reindustrializzione” che mira alla riconversione ecologica ed economica dei Sin, Siti di Interesse Nazionale”. Si tratta, afferma Giustizia per Taranto, di “quei territori che più hanno pagato, e pagano, dazio in termini di precarietà sociale, ambientale e sanitaria causate da scelte industriali di scarso profilo etico ed ecologico. Lo studio fu anche al centro del Piano Taranto, il documento partecipativo per la riconversione di Taranto redatto con diverse realtà del territorio”.“La proposta – sostengono i promotori – va a colmare l’inspiegabile vuoto del Pnrr sul tema delle bonifiche e del risanamento dei territori inquinati, a partire da Taranto. Esso illustra puntualmente come, con un investimento pubblico di nove miliardi di euro, si potrebbero risanare tutti i territori inquinati del Paese, generando economie sane calcolate per il doppio della cifra investita, ricavi fiscali per oltre quattro miliardi di euro e oltre quarantamila posti di lavoro”. “A tale piano – dichiarano i promotori – abbiamo chiesto che vengano affiancati accordi territoriali per la programmazione partecipativa della riconversione delle aree, affinché possano generarsi nuove e più sane opportunità di sviluppo incentrate su ricerca, innovazione ed economie green. Tutto ciò in coerenza con gli intendimenti del Recovery Fund che prevede un rilancio delle economie nazionali sulla base di progetti in grado di avere un effetto moltiplicatore nel solco del Green Deal europeo”. Secondo Giustizia per Taranto, “nello scenario proposto, Taranto, in quanto territorio più vasto ed inquinato d’Italia, avrebbe un ruolo di assoluta centralità e traino rispetto al risanamento dell’intero Paese”. Si esprime quindi l’auspicio che la proposta sui siti da bonificare possa essere presa in opportuna e dovuta considerazione dal Governo, aprendo per Taranto scenari radicalmente diversi rispetto a quelli che si stanno delineando”. (AGI) 

Il 12 marzo scorso per Taranto sono arrivate in contemporanea due notizie. Una riguarda l’ordinanza del Consiglio di Stato, che ha ‘congelato’ l’ordinanza del Sindaco Melucci, rinviando la decisione al 13 maggio prossimo. L’altra riguarda la decisione del Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa che, riunitosi dal 9 all’11 marzo, in merito all’esecuzione della sentenza del 24 gennaio 2019, ha giudicato, ancora una volta, lo Stato Italiano inadempiente.

Un giorno da ricordare proprio a riconferma che, mentre lo Stato Italiano persiste nel voler tutelare la produzione selvaggia di acciaio a discapito della salute dei cittadini, la Corte Europea dei Diritti Umani bacchetta l’Italia, schierandosi dalla parte dei cittadini, a tutela del diritto alla vita e alla salute.

  • Di seguito riportiamo link di approfondimento in merito all’ordinanza del Consiglio di Stato.

ORDINANZA DEL CONSIGLIO DI STATO

  • Di seguito riportiamo notizie di approfondimento in merito alla decisione del Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa.

Il caso riguarda la mancata adozione da parte delle autorità delle misure necessarie per garantire la protezione dei richiedenti dall’inquinamento ambientale causato dall’ex acciaieria ILVA di Taranto, nonché la mancanza di rimedi efficaci che consentano loro di beneficiare di misure volte a garantire la bonifica delle zone colpite;

L’attuazione della sentenza impone alle autorità di garantire che il funzionamento attuale e futuro dell’ex acciaieria ILVA non continui a comportare rischi per la salute dei residenti e dell’ambiente; il Comitato sottolinea che l’effettiva attuazione del piano ambientale elaborato dalle autorità, il più rapidamente possibile, è un elemento essenziale a tale riguardo;

Il Comitato contesta la mancanza di informazioni su questo tema cruciale in risposta all’ultima decisione; risulta impossibile valutare i progressi compiuti nell’attuazione del piano ambientale, il rispetto del calendario per lo svolgimento degli interventi rimanenti e l’impatto dell’attuale funzionamento dell’impianto sulla salute pubblica e sull’ambiente; invita le autorità a fornire informazioni tempestive e aggiornate su tali questioni;

Il Comitato, con preoccupazione, rimarca la persistente mancanza di mezzi di ricorso efficaci nell’ordinamento giuridico interno per porre rimedio alla violazione dell’articolo 13 stabilita da tale sentenza; invita le autorità ad adottare rapidamente le misure necessarie, legislative o di altro tipo, per colmare questa lacuna, anche attingendo alla raccomandazione del Comitato dei ministri sul miglioramento dei rimedi interni e invita le autorità a fornire informazioni su tutte le questioni in sospeso entro il 30 giugno 2021.

++ Ex Ilva: Strasburgo deplora mancanza informazioni Italia ++ Consiglio d’Europa, devono essere inviate entro il 30 giugno
(ANSA) – STRASBURGO, 12 MAR – Il comitato dei ministri del Consiglio d’Europa «deplora la mancanza di informazioni» dal governo italiano richieste un anno fa sull’attuazione effettiva, e nel più breve tempo possibile, del piano ambientale elaborato dalle autorità per garantire che il funzionamento attuale e futuro dell’ex Ilva non continui a mettere a rischio la salute dei residenti e l’ambiente. Il comitato chiede alle autorità di inviare tutte le informazioni richieste entro il 30 giugno. (ANSA).

RADIOVERA.ORG PUNTATA DEL 13 MARZO 2021

Delle due decisioni hanno discusso su http://radiovera.org/  Luciano Manna, Francesco Cordella, Daniela Spera e Leonardo La Porta

Ascoltate: https://veraleaks.org/2021/03/13/puntata-del-13-3-21/

 

Comunicato Stampa del 25/02/2021

La sentenza del 24 gennaio 2019 della Corte Europea dei Diritti Umani ha sancito la condanna dello Stato Italiano in merito al caso Ilva. La Corte ha riconosciuto la violazione degli articoli 8 e 13 della Convenzione Europea nel territorio tarantino e in danno dei suoi abitanti.

In seguito a ciò, il 18 gennaio scorso, l’Italia ha presentato al Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa un piano d’azione nel quale ha specificato che immunità penale e amministrativa sono state cancellate, che l’art. 13 della Convenzione europea sul ricorso effettivo è da considerarsi soddisfatto e che avrebbe provveduto a inviare nuove informazioni in merito al miglioramento della situazione ambientale e sanitaria a Taranto.

Al contrario, l’attuale situazione ambientale e sanitaria a Taranto continua ad essere drammatica, come anche confermato dalla recente sentenza del TAR di Lecce. Questo è quanto comunicato al Comitato dei Ministri dalla dott.ssa Daniela Spera e dagli avv.ti Sandro Maggio e Leonardo La Porta, rappresentanti dei ricorrenti (ricorso n. 54414/13) nella causa “Cordella e altri c. Italia’’. Inoltre, in merito alla violazione dell’art. 13, sono state fornite le motivazioni secondo le quali l’Italia continua a non rispettare la sentenza.

Comitato ‘LEGAMJONICI contro l’inquinamento’.

Aggiornamento:

ArcelorMittal: sentenza stop impianti trasmessa Consiglio Europa
Pubblicato: 25/02/2021 11:48
(AGI) – Taranto, 25 feb. – Legamjonici contro l’inquinamento, una delle associazioni ambientaliste di Taranto, ha trasmesso al comitato dei ministri del Consiglio d’Europa la sentenza dello scorso 13 febbraio del Tar di Lecce che ordina ad ArcelorMittal di spegnere gli impianti inquinanti entro 60 giorni dalla pubblicazione della stessa sentenza. Legamjonici ha compiuto questo passo verso il Consiglio d’Europa perché con sentenza del 24 gennaio 2019, la Corte Europea dei Diritti Umani ha condannato lo Stato Italiano in merito al caso Ilva. La Corte Europea, in sostanza, ha riconosciuto la violazione degli articoli 8 e 13 della Convenzione Europea nel territorio tarantino e in danno dei suoi abitanti. In seguito a ciò, spiega Legamjonici, il 18 gennaio scorso l’Italia ha presentato al Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa “un piano d’azione nel quale ha specificato che immunità penale e amministrativa sono state cancellate”, il cosiddetto scudo penale che con una legge era stato concesso prima a Ilva e poi ad ArcelorMittal, e inoltre “che l’art.13 della Convenzione europea sul ricorso effettivo è da considerarsi soddisfatto e che avrebbe provveduto a inviare nuove informazioni in merito al miglioramento della situazione ambientale e sanitaria a Taranto”. Invece, sostiene Legamjonici, la sentenza del Tar del 13 febbraio dimostra che “l’attuale situazione ambientale e sanitaria a Taranto continua ad essere drammatica” e “in merito alla violazione dell’art. 13, sono state fornite le motivazioni secondo le quali l’Italia continua a non rispettare la sentenza”. Legamjonici ha scritto al comitato dei ministri del Consiglio d’Europa attraverso la propria referente, Daniela Spera, e gli avvocati Sandro Maggio e Leonardo La Porta, rappresentanti dei ricorrenti (ricorso n. 54414/13) nella causa “Cordella e altri c. Italia’’. Con la sentenza emessa nei giorni scorsi, il Tar di Lecce ha confermato un’ordinanza del sindaco di Taranto, Rinaldo Melucci, di febbraio 2020, che imponeva sia a Ilva in amministrazione straordinaria (proprietaria degli impianti) che ad ArcelorMittal (gestore in fitto degli stessi) di individuare in 30 giorni le cause degli impianti inquinanti e di spegnerli nei successivi 30 giorni in difetto di adempimento. Il Tar ha respinto le impugnazioni di Ilva in as e di ArcelorMittal. Quest’ultima, a sua volta, ha poi impugnato in appello al Consiglio di Stato la sentenza Tar chiedendone la sospensiva. Il Consiglio di Stato si pronuncerà nell’udienza dell’11 marzo. Nel frattempo, il sindaco di Taranto ha chiesto ad Ilva ed ArcelorMittal di dettagliare tempi e modi del cronoprogramma di spegnimento. (AGI)
TA1/MRG

28 FEBBRAIO 2021 GIORNATA DI MOBILITAZIONE ALTAMURA, GRAVINA, LATERZA E MATERA

28 FEBBRAIO 2021 – ORE 10.00. Sit-in in contemporanea per dire NO alle scorie nucleari in Puglia e Basilicata, ALTAMURA piazza Duomo, GRAVINA IN P. piazzale antistante il Comune, LATERZA piazza Vittorio Emanuele, MATERA piazza Vittorio Veneto.

Dopo un’attesa durata circa 6 anni, il 5 gennaio scorso la SOGIN s.p.a. ha pubblicato la Carta Nazionale delle Aree Potenzialmente Idonee (CNAPI) dove collocare il Deposito nazionale unico di scorie nucleari; una costruzione in cemento armato di ben 110 ettari, alto oltre 20 metri e profondo oltre 10 metri.

Una soluzione che, comunque, non sarà definitiva! Il deposito è progettato per durare circa 100 anni, dopo questo periodo di tempo la SOGIN immagina (con tanta fantasia) di depositare queste scorie nel sottosuolo a profondità degne di un romanzo di Jules Verne!Tra le 67 aree individuate, ben 17 si trovano tra Puglia e Basilicata, principalmente nei comuni di Genzano di Lucania, Oppido Lucano, Irsina, Gravina in P., Altamura, Matera, Laterza, Bernalda e Montalbano Jonico.All’interno di queste aree potranno essere individuati uno o più siti da sottoporre, successivamente, a indagini ulteriori per qualificarne l’idoneità ad ospitare il Deposito Nazionale per i rifiuti radioattivi.

QUI trovate il volantino con le informazioni complete.

Deposito Nazionale scorie radioattive. Le associazioni chiedono una concreta partecipazione del pubblico interessato e una informazione capillare. Per questo hanno sottoscritto un appello.

Prime associazioni firmatarie:

Assemblea permanente Villacidro (SU)
Associazione Città Plurale Matera
Campagna ” per il clima, fuori dal fossile”
Cobas Confederazione dei Comitati di Base
Comitato Cittadino Antinucleare Maruggio (TA)
Coordinamento Nazionale NO TRIV
Medicina Democratica
Associazione ScanZiamo le Scorie (Scanzano Jonico, Basilicata)
Rete ” Legalità per il Clima”
Legamjonici (TA)
Osservatorio Popolare Val d’Agri
Rivista “Valori” (PZ)
Giustizia per Taranto
Comitato Fermiamo la Guerra di Firenze
Nicola Manfredelli, Referente Basilicata Movimento 24 Agosto per l’Equità Territoriale (M24A-ET)
WILPF – Women’s International League for Peace and Freedom
Gruppo Volontari per l’Ambiente – MATERA (Pio Acito)
USB Federazione del Sociale – Sardegna
Associazione per La Basilicata Possibile (Valerio Tramutoli – legale rappresentante)

Per scaricare introduzione CLICCA QUI

Per scaricare l’appello CLICCA QUI

Bruciare CSS nei cementifici alla stessa stregua dei combustibili convenzionali, sottraendoli alle regole applicabili agli ordinari impianti di incenerimento, è un’anomalia tutta italiana nel quadro normativo comunitario, che si pone in contraddizione con lo spirito e la lettera delle Direttive Europee sull’Economia Circolare intese a ridurre al minimo indispensabile il ricorso al Waste to Energy.
Soltanto qui in Italia, infatti, tale pratica fortemente inquinante ed ormai obsoleta viene incentivata per legge in virtù del Decreto del Ministero dell’Ambiente n° 22 del 14 febbraio 2013 (il cosiddetto “Decreto Clini”) sui Combustibili Solidi Secondari.

2021-01-23 Lettera aperta al Ministro dell’Ambiente e della Salute