DISASTRI AMBIENTALI ED ECONOMICI

Pubblicato: 29 marzo 2011 in Comunicati stampa

COMUNICATO STAMPA

‘Legamjonici’: dirigiamo le scelte verso il bene comune.

È senz’altro curioso che un paese come il Giappone, povero di zone pianeggianti e ad altissimo rischio sismico, abbia poco meno di una quarantina di centrali nucleari sparse su tutto il territorio nazionale, la cui concentrazione maggiore si trova in una delle aree del paese a più alta densità di popolazione.

Cosa può spingere un Paese tanto geologicamente instabile ad esporsi ad un così alto pericolo ambientale e indirettamente anche economico?

Le politiche energetiche del paese sono state in molti casi miopi e rischiose. Il Paese dipende in larghissima parte dai combustibili fossili e per il 30% circa dalla tecnologia elettronucleare. Eppure il Giappone è uno dei primi produttori e fornitori di tecnologie legate alle fonti energetiche alternative rinnovabili (solare in primis) ma ultimo nell’ applicazione delle stesse su territorio nazionale.

In realtà il Paese, nel periodo del suo boom economico (anni ’60, ‘70), fu spinto proprio dal suo maggiore partner commerciale, gli USA, ad investire in energia  nucleare. Ed infatti, non a caso, la tecnologia e gli impianti nucleari nipponici sono in larga parte made in USA. Alla base di questa scelta, quindi, ci sono stati interessi economici di alto livello.

Tuttavia, nonostante l’altissimo numero di centrali nucleari, sono pochi i benefici reali per il Paese, il cui fabbisogno energetico viene coperto per appena il 30%, a fronte di rischi incommensurabili per la popolazione e l’economia reale del Paese.

Infatti, come è chiaro dagli eventi di Fukushima di queste settimane, un disastro nucleare (e ambientale in generale) ha anche un notevole, catastrofico impatto sull’economica, non solo locale ma nazionale intera, considerando che un evento di tale portata colpisce direttamente (oltre che la salute umana) l’agricoltura, l’allevamento e la pesca, ma ha anche effetti importanti sul settore terziario, sulla ristorazione, sui trasporti, sul turismo.

Quanti vorrebbero recarsi in vacanza in una regione o in un paese colpito da una catastrofe nucleare? Un danno che rende un territorio poco attrattivo.

Il Paese negli ultimi anni ha investito ingenti risorse sullo sviluppo del turismo, in particolar modo internazionale, e sull’incentivazione dell’autosufficienza agricola locale per cercare di compensare un fabbisogno alimentare che è coperto per quasi il 50% dall’ importazione estera, una cifra altissima che con tutta probabilita’, alla luce dei fatti recenti, è destinata a salire.

Il Giappone, nonostante sia la terza potenza economica mondiale, si ritrovera’ molto probabilmente ad affrontare una gravissima crisi che andrà purtroppo a sommarsi ad una situazione di stallo economico che perdura da anni.

Una crisi che colpirà l’economia reale, la vita della gente ed i cui effetti cominciano a palesarsi fin da ora, soprattutto nel settore terziario.

Un disastro che poteva essere evitato ma che va ad aggiungersi a quello già gravissimo della contaminazione ambientale, dell’ immane danno alla salute umana e dei notevoli danni strutturali provocati dallo tsunami.

È lecito dunque chiedersi: l’Italia ha bisogno delle centrali nucleari? O meglio, questo paese può geologicamente e soprattutto economicamente permettersi di correre questo rischio?

Investire su di una tecnologia altamente costosa e pericolosa per ambiente e popolazione è pura follia.

Non è accettabile che i grandi interessi economici di pochi debbano compromettere irrimediabilmente l’economia reale e la vita di molti.

Del resto, a Taranto questo accade, una città dove, a causa di attività industriali incompatibili con l’ecosistema, i settori agricolo, zootecnico, turistico e microimprenditoriale sono stati annientati da un disastro ambientale che si poteva evitare.

A Fukushima oggi sono le perdite di plutonio a preoccupare, piu’ delle scosse di terremoto, piu’ dei maremoti.

A Taranto sono le attività industriali a preoccupare, poiché cause di danni sanitari ed economici difficili da quantificare.

Si intende dunque mettere in evidenza che non è pensabile investire in attività antieconomiche.

Il piano regolatore territoriale dell’area di sviluppo industriale di Taranto, redatto nei primi anni ’60, da Tekne S.p.A. per conto del consorzio A.S.I., prevedeva, con l’avvento dell’era siderurgica, lo sviluppo di un indotto locale che avrebbe compreso settori quali elettrodomestici, motocicli, parti staccate per autoveicoli, macchine utensili, macchine tessili, carpenteria metallica ed edile e, accanto a questi, settori
quali agricoltura e industrie di trasformazione agricola, industrie della ceramica, turismo legato soprattutto al patrimonio archeologico.

Non solo questa diversificazione economica non è avvenuta, ed anzi i settori agricolo e turistico sono stati seriamente compromessi, ma si è radicata una monocultura che porta benefici a pochi e che per esistere fa leva sul precariato e sul ricatto occupazionale per il quale la vita umana non ha piu’ alcun valore.

Dirigiamo, dunque, coscientemente le scelte verso il bene comune.

Comitato provinciale ‘LEGAMJONICI’
(comitato contro l’inquinamento)

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commenti
  1. Antonio 73 ha detto:

    Quando capiranno che non si possono mangiare gli euri … tutto questo nucleare che non serve ad un bel niente … ed i fiumi , mari avvelenati … sarà troppo tardi.

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