ENI :PIANO DI EMERGENZA ESTERNO INCOMPLETO, IMPIANTI DA BLOCCARE. COMUNE IN NETTO RITARDO

Pubblicato: 1 agosto 2011 in Comunicati stampa
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Ancora una volta dobbiamo constatare l’ennesimo tentativo di mascherare la situazione ambientale tarantina strumentalizzando gli ammodernamenti come fattore essenziale per il miglioramento della sicurezza. Non si inganni la popolazione nel tentativo di convincerla ad accettare una centrale termoelettrica che, di fatto, non porterà alcun vantaggio per l’ambiente. Un ‘blackout’ è condizione di evento accidentale cosa ben diversa dall’emissione continuativa di sostanze tossiche sia in aria sia in mare. Si ricorda, infatti, che Eni raffineria svolge attività di ‘raffinazione’ che comporta il rilascio di numerosi inquinanti tossici, quali SO2, NOx, CO, benzene, NMVOC (vastissima famiglia di composti organici), cadmio, arsenico, nichel, oltre a quelli prodotti dalle centrali che forniscono energia.

Inoltre l’attuale dirigenza di Eni R&M ha ‘ereditato’ dai suoi predecessori una situazione a dir poco catastrofica, per quanto riguarda la sicurezza degli impianti, a causa di una prolungata mancanza di attività di manutenzione degli impianti in esercizio. La persistente condizione di inadeguatezza degli impianti comporta oltre all’emissione incontrollata di sostanze nocive, anche una esposizione della popolazione a rischio di incidente rilevante.

A ciò si aggiunga che per la città di Taranto non esiste ancora un piano di emergenza esterno. Cosa fare in caso d’incidente rilevante?

La Prefettura di Taranto attende il sindaco Stefàno per la definitiva stesura del Piano di Emergenza Esterno. Non risulta ancora pervenuto all’Ufficio della Protezione civile, da parte del Comune di Taranto, l’aggiornamento da inserire nel P.E.E.

Ricordiamo che nella provincia di Taranto gli stabilimenti ricadenti nel regime di applicazione del D.Lgs. 334/1999 (Seveso bis) relativo al rischio industriale d’incidente rilevante sono ILVA S.p.A. ed ENI S.p.A. Divisione Refining & Marketing – Raffineria di Taranto.

La Seveso ter, D.lgs. 21 settembre 2005 che modifica il D.Lgs. 334/1999 (Seveso bis) all’articolo 20 prevede, inoltre, che nella fase di elaborazione e/o aggiornamento del P.E.E. venga consultata la popolazione interessata che dovrà essere in seguito adeguatamente informata.

A tutt’oggi, però, non risulta un piano di emergenza aggiornato a disposizione della collettività né sono previste campagne informative per la cittadinanza.

Ma c’è di più. Lo stesso documento oggi redatto ha solo carattere provvisorio non essendo ancora stata ultimata, in particolare per l’ENI, l’istruttoria del rapporto di sicurezza da presentare a cura del gestore. Da tempo, infatti, la dirigenza Eni avrebbe dovuto presentare al comando dei Vigili del fuoco e alla Prefettura di Taranto un rapporto di sicurezza completo. Le autorità preposte, non avendo ricevuto alcuna notifica da parte dell’azienda, dopo una prima diffida ad adottare le necessarie misure, in seguito a recidiva inottemperanza, hanno di recente ordinato la sospensione dell’attività per il tempo necessario all’adeguamento degli impianti alle prescrizioni indicate e, comunque, per un periodo non superiore a sei mesi. Si tratterebbe però di impianti già fermi per manutenzione, questo quanto dichiarato dall’uscente comandante dei Vigili del Fuoco da noi contattato.

Ma la Seveso bis recita:‘’Ove il gestore, anche dopo il periodo di sospensione, continui a non adeguarsi alle prescrizioni indicate, l’autorità preposta ordina la chiusura dello stabilimento o di una parte di esso’’. Sei mesi saranno sufficienti per rendere gli impianti in questione del tutto sicuri?

Il comitato  Legamjonici ritiene che Eni raffineria non abbia i requisiti necessari per esercitare la propria attività in piena sicurezza. Chiediamo pertanto alle autorità competenti di procedere alla chiusura degli impianti. 

 In caso contrario, se il Comune di Taranto esprimerà definitivo parere positivo alla costruzione del metanodotto funzionale alla centrale da 240 MW di potenza utile alla fornitura elettrica della raffineria, assecondando le voci epistolari dei sindacati Cgil, Cisl e Uil, che facendo leva sul ricatto occupazionale ne giudicano necessaria la realizzazione, si assumerà piena responsabilità delle conseguenze che questa scelta avrà sulla salute pubblica.

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