Ilva. L’intervento dell’UE, ecco la storia.

Pubblicato: 1 ottobre 2013 in Le nostre attività
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Ilva-TarantoSe avrete la pazienza di leggere fino in fondo avremo guadagnato un cittadino informato in più.

Prima di spiegare l’iter che ha portato alla procedura d’infrazione è necessario comprendere quali sono i mezzi reali per poter far sentire la propria voce in sede di Commissione Europea.

Una denuncia alla Commissione Europea si presenta attraverso la Commissione Petizioni sottolineando nel dettaglio le presunte violazioni del diritto comunitario da parte di uno Stato. Solo in questo caso di fatto si presenta una vera e propria denuncia. Non è possibile presentare una denuncia generica senza citare gli articoli della normativa europea violati.

Diversamente una semplice esposizione dei fatti in sede di Parlamento Europeo non ha ‘tecnicamente’ valenza di denuncia. Il termine ‘petizione’ corrisponde a ‘denuncia’. La petizione fa avviare indagini da parte della Commissione europea. Una petizione non necessita di raccolta firme ma qualunque cittadino europeo può presentarla. E’ questo il caso di un cittadino italiano che ha presentato una prima denuncia tramite petizione alla Commissione per le Petizioni e da cui è scaturito tutto.

Ecco la petizione, il cittadino attivo si chiama Cosimo Fracasso: Petizione 760-2007

Il 13 dicembre del 2012 una risoluzione del Parlamento europeo spiega che l’Italia è ancora inandempiente, ripercorrendo le fasi cruciali delle indagini avviate dalla Commissione Europea in seguito alla denuncia del cittadino sopra menzionato.

Si legge in premessa nella risoluzione:

– vista la petizione 760/2007, presentata da un cittadino italiano, concernente l’impianto siderurgico ILVA e l’allarme diossina a Taranto,

–  vista la sentenza della Corte di giustizia europea del 31 marzo 2011, secondo cui l’Italia è venuta meno agli obblighi ad essa incombenti in forza della direttiva sulla prevenzione e la riduzione integrate dell’inquinamento (IPPC),

–  visti l’articolo 191, paragrafo 2, del TFUE e la direttiva 2004/35/CE sulla responsabilità ambientale,

–  viste le sue deliberazioni in sede di commissione con il firmatario della petizione interessata, più recentemente in data 9 ottobre 2012, e con il Vicepresidente della Commissione competente,

–  visto l’articolo 202, paragrafo 2, del suo regolamento,

A.  considerando che il firmatario (ndr Cosimo Fracasso) ha espresso con vigore le proprie preoccupazioni per i livelli elevatissimi delle emissioni di diossina provenienti dallo stabilimento siderurgico ILVA di Taranto, le quali hanno avuto e continuano ad avere un impatto significativo, dannoso e perdurante sulla salute della popolazione locale; che sono 20 000 le famiglie che hanno parenti i quali hanno lavorato nell’industria dell’acciaio o in associazione a tale industria e che i livelli di contaminazione fra la popolazione locale hanno determinato tassi inaccettabili e intollerabili di patologie acute e croniche;’

La risoluzione conclude con questi passaggi salienti:

C.  considerando che la situazione precaria e pericolosa dell’ILVA sta inoltre causando nell’Italia meridionale un serio degrado e danni ambientali, oltre a gravi problemi sociali ed economici, e che la privatizzazione di questo impianto non ha determinato alcun miglioramento della sicurezza ambientale del settore;

3.  invita le autorità italiane a garantire con estrema urgenza il recupero ambientale del sito dello stabilimento siderurgico contaminato, assicurando al contempo che i costi sostenuti in relazione alle azioni di prevenzione e di riparazione adottate siano coperti conformemente al principio «chi inquina paga», come stabilito all’articolo 8 della direttiva 2004/35/CE sulla responsabilità ambientale;

parlamento europeo 22 gennaioEcco il testo integrale della risoluzione: Risoluzione del Parlamento europeo del 13 dicembre 2012.

Tutto l’iter esposto, valutate le inadempienze dello Stato Italiano, fa scattare la messa in mora dell’Italia, ecco da dove si evince :  ‘Ambiente – La Commissione chiede a quattro Stati membri di dare attuazione alla normativa dell’UE sulle emissioni industriali La Commissione europea esorta Italia, Cipro, Slovenia e Romania a precisare le modalità di attuazione della normativa dell’UE sulle emissioni industriali nell’ordinamento giuridico nazionale. La nuova direttiva sulle emissioni industriali (http://ec.europa.eu/environment/air/pollutants/stationary/), che sostituisce ed aggiorna la normativa precedente con l’obiettivo di prevenire, ridurre e, per quanto possibile, eliminare l’inquinamento dovuto alle attività industriali, sarebbe dovuta essere recepita nell’ordinamento giuridico nazionale entro il 7 gennaio 2013. Poiché gli Stati membri menzionati non hanno rispettato il termine fissato, il 21 marzo 2013 la Commissione ha notificato loro una costituzione in mora e trasmette ora un parere motivato. Se i quattro Stati membri non adotteranno i provvedimenti necessari entro due mesi, i loro casi potranno essere deferiti alla Corte di giustizia dell’Unione europea*, che può imporre sanzioni pecuniarie. ‘ Fonte: http://europa.eu/rapid/press-release_MEMO-13-820_it.htm

*la Corte di giustizia dell’Unione europea ha sede a Lussemburgo ed è l’organo giuridico di cui si serve la Commissione Europea, che ha sede a Bruxelles. La Corte di giustizia dell’Unione Europea è cosa diversa dalla Corte europea dei diritti dell’uomo che ha sede a Strasburgo.

A questo si giunge dopo una serie di inadempienze esposte dalla Commissione Europea da parte dello Stato Italiano che non ha dato risposte soddisfacenti nell’ambito dell’attuazione del progetto EU-PILOT, che si inserisce nel contesto delle indagini complessive avviate dall’Ue: Progetto EU-Pilot

Questa è la storia della messa in mora dell’Italia da parte della Commissione Europea. Se l’Italia pagherà o meno dovrà stabilirlo la Corte di Giustizia europea a Lussemburgo.

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commenti
    • legamionici ha detto:

      Ciao Simona, grazie per il tuo intervento. Potrebbe essere un caso di omonimia, non lo sappiamo. Cio’ che è certo è che viene citato da una risoluzione del Parlamento europeo e dalla stessa Commissione europea come colui che ha avviato le indagini che poi si sono concluse, dopo anni di scambi di informazioni con le autorità italiane attraverso il progetto Eu-Pilot, con una messa in mora.

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