Archivio per aprile, 2014

2E a completamento della già fumosa legislazione sui reati ambientali, ecco la nuova proposta di legge (Disegno di Legge 1345) che rende ancora più inconsistente l’applicabilità di sanzioni per chi compie reati ambientali. In sostanza, si aggiungono concetti e procedure che rendono ancora più complicata l’individuazione del reato, già allo stato attuale difficile da dimostrare. Di seguito gli aspetti più rilevanti.
Il  nuovo  articolo  452-­bis  (inquinamento  ambientale), ad esempio, é applicabile   solo   in caso   di  “una compromissione   o   un  deterioramento   rilevante”, dove per ‘rilevante’ si lascia ampio spazio alla fantasia.
Ma la magia delle magie deve ancora arrivare.
L’Art.   452-­ter   (disastro   ambientale) dice che “costituisce   disastro   ambientale  l’alterazione irreversibile  dell’equilibrio  dell’ecosistema  o  l’alterazione  la  cui eliminazione  risulti particolarmente  onerosa  e  conseguibile  solo  con provvedimenti  eccezionali  ovvero l’offesa  alla  pubblica   incolumità   in   ragione   della   rilevanza   oggettiva   del   fatto   per l’estensione   della  compromissione ovvero  per  il  numero  delle  persone  offese  o esposte  a  pericolo.”
In questo articolo sussistono troppi aspetti raccapriccianti. A cominciare dal termine ‘irreversibile’, cosi’ chi si farà paladino delle bonifiche indirettamente ammetterà che quel danno è reversibile e quindi non costituisce reato. Non solo, questo articolo dice chiaramente che occorre dimostrare cio’ che, almeno nell’immediato, è dimostrabile solo se viene riconosciuta sotto l’aspetto giuridico la validità degli innumerevoli studi epidemiologici esistenti sulla pericolosità di attività industriali ad elevato impatto sulla salute pubblica, dato che i danni si osservano a lungo termine. Si richiede infatti evidentemente la dimostrazione inequivocabile del nesso di causalità che allo stato attuale risulta essere uno dei principali problemi esistenti per la comunità scientifica internazionale, nonchè per la magistratura, per la multifattorialità del quadro eziologico (causa) dovuta alle diverse fonti emissive e ai molteplici inquinanti riversati in atmosfera, nel suolo e nelle acque. E’ il caso dell’Ilva di Taranto. Ma la cosa più dolorosamente ‘divertente’ è l’individuazione del numero di persone offese o esposte a pericolo, come se il reato dipendesse dal quantitativo di persone ammazzate o potenzialmente a rischio di morte. Il reato è reato anche nel caso in cui riguardasse un solo soggetto.
Tutto ciò chiaramente aprirebbe la strada a nuovi processi, nuove perizie, fino a far cadere tutto in una assoluzione. Allora a chi giova questa legge? Come sempre avviene solo a chi inquina con il sostegno ormai ‘seriale’ del Governo Italiano.
Per approfondimenti leggere anche l’intervento di Maurizio Santoloci (segnalato da Simonetta Zandiri Movimento NoTav)
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quotidiano  8 aprile_page_1gazzetta 78 aprile_page_1ta oggi 8 aprile 2014 eni

Red City

foto di Cristina Mastrandrea

di Paola Zilio.

LATERZA – Al Liceo Scientifico “G. B. Vico”, diretto da Franco Cristella, lezione sul tema legalità di Daniela Spera, invitata dalla prof. Ezia Chirico, docente in Scienze Umane. La dottoressa in chimica, divenuta anche la protagonista di ‘Veleno’, il “romanzo-civile” di Cristina Zagaria in cui realtà e fantasia si mescolano, per anni ha raccolto le prove del disastro ambientale procurato dall’Ilva e ha collaborato con la magistratura.

Servendosi di slide, Spera ha spiegato agli studenti che le diossine sono sostanze ostinate e resistenti agli eventi atmosferici. Queste sostanze inquinanti provocano modificazioni al DNA, l’insorgere di patologie rare e le si rinviene anche nei processi di combustione. Per questo, nella già mortificata Taranto, accanto al colosso Ilva, anche la raffineria Eni e la Cementir compaiono tra le fonti di emissioni inquinanti.

“Già a partire dagli anni ’90 i territori comunali di Taranto, Crispiano, Massafra, Statte e Montemesola rientravano nelle ‘aree ad elevato rischio ambientale’. – ha denunciato la chimica – Nel ’98 Taranto e Statte sono state incluse tra i primi siti nazionali per la bonifica. In realtà non molto è cambiato in questi anni. Nel 2008 le analisi sul bestiame hanno registrato valori di diossina troppo alti, tanto che l’ASL ne ha ordinato l’abbattimento. Tuttavia, la messa a norma di quegli impianti è solo un modo per prender tempo, la politica non ha saputo né voluto prendere in mano la situazione per tentarne la risoluzione”.

Cosa fare dunque? La chimica suggerisce uno scioglimento dell’interregno della scelta-non scelta. Per farlo è necessario sviluppare una sensibilità sociale sulle conseguenze negative del nostro screanzato sviluppo industriale. “Le scuole dovrebbero convogliare questo processo attraverso seminari di educazione ambientale, o seminari che spieghino come organizzare dei sit-in, che spingano alla partecipazione. La sensibilizzazione – ha proseguito la dott.ssa Spera –  è una rete nella quale tutti dovrebbero giocare la loro parte. Come quella giocata da Claudio Merico, violinista tarantino realizzatore di “È viva Taranto, la rinascita dipende solo da te”, un video che vede Taranto bella come è e fragile, ma piena di speranza”.

Al termine della lezione, i ragazzi del Liceo hanno fugato i loro dubbi e avanzato delle proposte per combattere lo spettro della diossina e il fumo nero che intossica la città.

 

M. Schulz

M. Schulz

Da qualche mese a questa parte, proprio in perfetta coerenza con i giri di valzer da elezioni imminenti, si fanno strada esponenti della società civile locale (tarantina) che con determinazione puntano ad occupare un posto nella politica. In questo caso il posto in questione è nelle sedi del Parlamento Europeo. Così tali esponenti,  costruiscono con cura consensi, più o meno meritati, pur di ‘arrivare’. Seguono strade per poi abbandonarle (se qualcosa va storto) o costruiscono giustificazioni (vere e proprie forzature) per stare dalla parte di chi detiene il potere, tentando di non perdere la faccia. O almeno ci provano. Forse è questo il motivo per cui a chi si fa politicamente paladino della chiusura dell’Ilva giova  sostenere chi pro chiusura proprio non è, come l’attuale presidente del Parlamento Europeo Martin Schulz che, per chi non lo sapesse, il 20 marzo 2013, secondo fonti ANSA, pronunciò queste parole: ‘ Nel caso Ilva di Taranto ”la contaminazione e’ inaccettabile ed i responsabili devono pagare per le loro colpe”. Ma le chiusure non sono una soluzione, perche’ l’Europa ”ha bisogno di una politica industriale” e ”non bisogna contrapporre gli interessi ambientali alla produzione industriale”. (Ansa)

gazzetta mio interventoAIA e Piano Ambientale Ilva: la ‘svista’ della Commssione IPPC. Quando nell’ ottobre 2012 l’allora Ministro dell’Ambiente Corrado Clini, sostenuto dalla politica locale e nazionale, annunciava che con il riesame dell’AIA, Taranto sarebbe entrata nella storia per il rigore con cui erano stati fissati tempi stringenti di attuazione delle prescrizioni previste, per un attimo molti tarantini ci avevano creduto davvero. A stabilire i tempi di attuazione per interventi sostanziali che richiedevano l’immediato avvio dei lavori, data l’emergenza sanitaria in atto, sono stati gli esperti direttamente commissionati dal Ministero dell’Ambiente che costituiscono la Commissione Istruttoria IPPC. Tale organismo ha il compito di fornire all’autorità competente, mediante sopralluoghi, un parere conclusivo e approfondimenti tecnici prima del rilascio dell’ autorizzazione. Sulla base del lavoro svolto dai tecnici (fisici, ingegneri, chimici, giuristi, ecc.) vengono fornite anche indicazioni sui tempi di attuazione dei vari interventi. Ebbene, al termine dei lavori, l’AIA conteneva circa 90 prescrizioni all’Ilva e tempi da rispettare. Questo, va sottolineato, nonostante la piena illegittimità del rilascio dell’autorizzazione a produrre ad un’azienda che non possiede i requisiti minimi necessari per esercitare la propria attività in pieno rispetto della normativa comunitaria, senza arrecare danni alla popolazione. Ma, secondo il Ministero dell’Ambiente, l’attuazione dell’AIA nei tempi indicati, avrebbe garantito la tutela della salute pubblica. Perché allora nel piano ambientale recentemente approvato dal governo proprio quei tempi sono slittati? Si é forse trattato di una svista da parte della Commissione IPPC che aveva fissato ‘tempi stringenti’? Come può una commissione di esperti fare delle valutazioni così errate? Come può stabilire, ad esempio, alcuni mesi per la copertura dei nastri trasportatori e poi accogliere un’istanza di proroga da parte dell’azienda di ben due anni? In definitiva, l’urgenza degli interventi, dettata dall’emergenza sanitaria in atto, oggi non esiste più. Scivolata via. Del resto lo stesso Piano Ambientale specifica che oltre alla rimodulazione della tempistica originariamente prevista non è esclusa la possibilità di rivedere nuovamente l’AIA con ulteriori modifiche, se sarà necessario. Così l’AIA., con le sue prescrizioni, le sue proroghe, con i suoi tavoli tecnici, con le ‘sviste’ degli esperti, diventa copione da teatro dell’assurdo, un modo per temporeggiare, per evitare la chiusura di uno stabilimento che continua a mettere a rischio la salute pubblica.

Pubblicato sulla Gazzetta di Taranto (Gazzetta del Mezzogiorno) il 28 marzo 2014.

Intervista di Salvatore Ventruto sul Tacco d’Italia il 29 marzo 2014:

Daniela Spera: ‘Ilva salubre, impossibile per definizione’

Segnaliamo inoltre l’intervento di Gianmario Leone su TarantoOggi del 31 marzo 2014:

leone tempa rossa 31 marzo 2014OGGI LA SOCIETA’ PRESENTE AL MINISTERO DELL’AMBIENTE ISTANZIA DI AVVIO PROCEDURA PER I PRIMI LAVORI
La società Eni S.p.A., Divisione Refining & Marketing Raffineria di Taranto, quest’oggi presenterà al Ministero dell’Ambiente l’istanza per l’avvio della procedura di Verifica di Assoggettabilità a VIA (Valutazione d’ImpattoAmbientale) del progetto “Piano di Utilizzo terre e rocce da scavo” (ai sensi del DM 10 agosto 2012 n.161, “Adeguamento delle strutture della raffineria di Taranto per lo stoccaggio e la movimentazione del greggio proveniente dal giacimento denominato Tempa Rossa”). Il progetto, come abbiamo avuto modo di scrivere in questi anni, ricade sul territorio del Comune di Taranto perché all’interno del sito produttivo della Raffineria, e consiste in una modifica delle modalità operative di gestione delle terre e rocce da scavo previste nell’ambito degli interventi di adeguamento del sito (già autorizzati con il Decreto di VIA del 27 ottobre 2010) che non ricade all’interno di aree protette. Data la natura della modifica, prevista nell’ambito di interventi per i quali il Comitato Tecnico Regionale della Puglia ha approvato il Rapporto Preliminare di Sicurezza, rilasciando il nulla osta di fattibilità, il progetto non è in questa fase soggetto ad ulteriori procedure “per il controllo dei pericoli di incidenti rilevanti”.
Il progetto preliminare e lo studio preliminare ambientale, sono depositati per la pubblica consultazione presso il Ministero dell’Ambiente (Direzione Generale per le valutazioni ambientali), la Regione Puglia (presso l’assessorato all’Ambiente, Settore Ecologia, Ufficio VIA/VAS), la Provincia di Taranto (Settore Ecologia e Ambiente, Servizio VIA), il Comune di Taranto (Ufficio Ambiente, Salute e Qualità della Vita). La documentazione sarà inoltre consultabile sul sito web del ministero dell’Ambiente (www.va.minambiente.it).

Ai sensi dell’art. 20 comma 3 del D.Lgs.152/2006, entro il termine di 45 giorni dalla data di pubblicazione del presente avviso, chiunque abbia interesse può presentare in forma scritta proprie osservazioni indirizzandole al Ministero dell’Ambiente (anche mediante posta elettronica certificata all’indirizzo DGSalvaguardia.Ambientale@PEC.minambiente.it).
Certo è che il passo dell’Eni non è di certo casuale. Il Piano Regolatore Portuale, a gennaio al Comune di Taranto fu chiesto di accelerare l’iter procedimentale per consentire alla Regione Puglia di approvarlo in via definitiva nel più breve termine possibile, a breve sarà infatti inviato a Bari. Soltanto una volta approvato, potrà partire ufficialmente il progetto Tempa Rossa.
Tornando ai lavori del progetto, è previsto il prolungamento del pontile esistente in dotazione all’ENI (sviluppo in mare per 515 metri con due piattaforme principali di attracco denominate P1 e P2, e collegato a terra mediante una diga a scogliera lunga circa 350 m) e la realizzazione di una terza piattaforma d’attracco per la spedizione di prodotti petroliferi, denominata P3, e delle relative strutture di ormeggio. La lunghezza del prolungamento (struttura carrabile) sarà di 355 metri, dalla piattaforma P2 alla nuova piattaforma P3; inoltre, è prevista la realizzazione di passerelle di collegamento tra la struttura principale e le briccole di ormeggio esterne, per un’ulteriore lunghezza di 160 m. L’estensione del pontile sarà comprensiva di una nuova piattaforma di carico (P3) provvista di due accosti, per l’attracco di navi da 30.000 DWT (la portata lorda) non allibate e da 45.000 DWT e 80.000 DWT parzialmente allibate; da 4 briccole di accosto e 6 di ormeggio, corredate di ganci a scocco e cabestani; da un sistema antincendio acqua e schiuma e vie di fuga; da un sistema di raccolta dreni idrocarburi; da un sistema di raccolta acque meteoriche e da un sistema di drenaggio bracci mediante azoto. Su ciascun accosto è prevista inoltre l’installazione dei necessari bracci di carico greggio, braccio recupero vapori, bracci per il carico del Bunker/Marine diesel, dispositivo per controllo velocità di accosto, torre munita di scala di collegamento con la nave.
Inoltre, come riportammo su queste colonne il 6 febbraio 2013, la società svizzera ABB, gruppo leader nelle tecnologie per l’energia e l’automazione, si è aggiudicata un ordine del valore di 40 milioni di dollari per estendere il terminale di esportazione della raffineria ENI di Taranto. L’ABB ha infatti vinto il bando di gara “Progetto Tempa Rossa Impianti Off-Shore” (pubblicato sul supplemento della Gazzetta ufficiale dell’Unione Europea del 04.02.2011). Il progetto, “Progettazione e realizzazione delle opere marine previste per l’ampliamento del terminale petrolifero sito nel Mar Grande di Taranto”, riguarda tutti i lavori necessari per adeguare la raffineria di Taranto (in particolar modo i pontili per “accogliere” dalle 45 alle 140 petroliere l’anno in più per cui l’Eni nello Studio d’Impatto Ambientale si è ben guardata dall’inserire l’analisi di rischio di incidente rilevante e due enormi serbatoi per stoccare i 180mila metri cubi di greggio che arriveranno dalla Basilicata attraverso l’oleodotto Viggiano-Taranto che produrranno il 12% in più di emissioni diffuse) per essere funzionale con il per cui l’Eni ha investito 300 milioni di euro.
Nel silenzio generale (in particolar modo del movimento ambientalista locale), soltanto il comitato Legamjonici ha seguito sin dagli arbori la vicenda Tempa Rossa. Nel marzo del 2012, il Parlamento europeo ha avviato un’inchiesta, chiedendo alla Commissione Europea di svolgere un’indagine preliminare sui vari aspetti del problema, proprio grazie alla denuncia presentata da Legamjonici. Il comitato ha infatti evidenziato “la violazione della direttiva Seveso, una valutazione di impatto ambientale approssimativa, l’assenza di uno studio sull’effetto domino per la costruzione di due nuovi serbatoi della capacità di 180.000 m3 accanto agli impianti già esistenti, aumento delle emissioni diffuse e fuggitive, nuovo rischio di sversamento di greggio in Mar Grande per la manipolazione e trasporto di greggio”. E a breve ci saranno ulteriori novità.
Intanto però, l’Eni fa un altro passo in avanti.

G. Leone
g.leone@tarantooggi.it