Taranto chiede libertà

Pubblicato: 8 settembre 2015 in Le collaborazioni
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DPP_7In attesa del processo che si terrà il prossimo 20 ottobre, la drammatica sequenza di morti e malattie da inquinamento e da lavoro non si ferma. La realtà del capoluogo pugliese è, ancora oggi, inaccettabile.

Sembra di vederla Taranto, “la città dei due mari”, mentre risplende nella notte attraversata da raggi di luce, come se fosse forgiata nel fuoco. Il fuoco che, come elemento reale o allegorico, da sempre è presente nelle scritture e nei miti, simbolo di purificazione e di rinascita.

Ma il fuoco che fa brillare Taranto non purifica e non rinnova. È un fuoco “cattivo”, maledetto, che produce emissioni sature di diossina e sale fino al cielo, generando nuvole striate di rosa, cariche di morte e devastazione. È il fuoco di Sodoma e Gomorra, di una punizione, però, che di divino e casuale non ha nulla, ma che è attuata dalla mano consapevole dell’uomo.

È il fuoco dell’Ilva, colosso industriale che ha ricominciato a funzionare, nonostante le inchieste, le denunce, il dissesto ambientale, le morti e il procedimento penale ancora in corso. Sì, le morti. Perché l’Ilva, secondo i dati della perizia epidemiologica, causa circa 90 morti l’anno nella popolazione di Taranto, mentre i ricoveri per malattie cardio-respiratorie ammonterebbero a 648 all’anno. Secondo le ultime stime fornite dal Ministero della Salute e contenute nel rapporto “Sentieri” aggiornato al 2014, vengono purtroppo confermate le criticità del profilo sanitario della popolazione di Taranto emerse in precedenti indagini: il tasso di mortalità registrato risulta, ancora, più alto della media regionale e resta preoccupante anche il tasso di mortalità infantile, che nel capoluogo pugliese è del 21%, superiore rispetto al resto della regione. I risultati di “Sentieri” e l’insieme delle conoscenze disponibili, soprattutto, “attribuiscono un ruolo specifico alle esposizioni ambientali”.

L’Ilva poi, come se questi dati non fossero già sufficientemente allarmanti, non è dotata dei più elementari dispositivi per assicurare l’incolumità dei suoi lavoratori, come testimonia la recente morte di Alessandro Morricella (lo scorso 12 giugno), ennesimo operaio vittima della fabbrica, giovane lavoratore di trentacinque anni che lascia una moglie e due figli. E i decessi imputabili allo stabilimento siderurgico sono ancora in corso e, di certo, non si arresteranno nei prossimi anni.

Intanto il prossimo 20 ottobre saranno 47 gli imputati che dovranno comparire davanti alla Corte d’Assise, nel maxi-processo “Ambiente Svenduto”. Undici imputati a processo risponderanno di associazione per delinquere, quindici di disastro ambientale ed avvelenamento di sostanze alimentari.  Tra gli imputati rinviati a giudizio ci sono Nichi Vendola, l’ex presidente della Regione Puglia accusato di “concussione aggravata in concorso“, Claudio e Nicola Riva, rappresentanti della famiglia Riva e dirigenti dello stabilimento, il  sindaco di Taranto, Ippazio Stefàno, accusato di “omissioni d’atti d’ufficio” per non aver assunto misure contro l’inquinamento, e l’ ex prefetto di Milano Bruno Ferrante, ex presidente dell’ ILVA. La cittadinanza auspica un giusto processo in cui la verità giudiziaria possa emergere e collimare con quella politica, che già tutti ampiamente conosciamo.

Se guardiamo ai dati sull’inquinamento ambientale europeo, d’altronde, emerge un quadro ugualmente a tinte fosche: secondo un primo studio – elaborato dall’OMS in collaborazione con l’Organizzazione per la Cooperazione Economica e lo Sviluppo (OCSE) – al 2010 nei paesi europei il costo economico per morti premature da inquinamento atmosferico va oltre 1.400  miliardi di dollari, a cui si deve aggiungere un altro 10% per il costo di malattie dovute all’inquinamento, raggiungendo i 1.600 miliardi di dollari. L’inquinamento causato dagli eco-mostri, dunque, non solo provoca danni all’ambiente e alla salute dell’uomo, ma anche un ingente sperpero di denaro, i dati parlano chiaro. Alcuni economisti italiani anche, e si affrettano a sottolineare, invece, come il rallentamento dell’Ilva abbia causato notevoli danni all’economia e perdite per il PIL italiano, in tre anni, di circa 10 miliardi di euro, considerazione a dir poco offensiva per chi ogni giorno deve affrontare il dramma della scelta tra salute e lavoro.

Frenare gli effetti dell’inquinamento sulla salute umana può procurare enormi vantaggi, sia in termini di vite umane che di guadagni economici, mentre la condotta criminosa di simili eco-mostri chiede un prezzo ancora troppo alto da pagare: il sacrificio di migliaia di persone, la cui preziosa vita viene messa in un angolo, e la distruzione di interi siti ambientali.

In quanti dovranno ancora morire prima che si passi a misure risolutive concrete? Taranto chiede di essere libera. Taranto vuole tornare a risplendere di luce propria.

Nicolina Di Gesualdo

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