Archivio per gennaio, 2016

radioattIl punto sul servizio riguardante i rifiuti radioattivi andato in onda stamattina su Rai Uno

di Nicolina Di Gesualdo.

Statte. E’ da poco andata in onda, oggi 25 gennaio alle ore 9.35, l’inchiesta sui rifiuti radioattivi effettuata da Unomattina. In studio, assieme al presentatore Franco Di Mare e Francesca Fialdini, erano presenti il geologo Mario Tozzi e il direttore de La Notizia, Gaetano Pedulla.

L’inchiesta realizzata da Unomattina ha posto sotto la lente di ingrandimento il deposito della Cemerad. Daniela Spera (Legamjonici) ha sottolineato la pericolosità dei rifiuti e le drammatiche conseguenze che potrebbero verificarsi (o che, probabilmente, si sono già verificate) per l’ambiente e per coloro che abitano nei pressi del deposito. A ripercorrere la storia di Cemerad è intervenuto Gianmario Leone, giornalista del quotidiano Corriereditaranto.it.

La Cemerad rappresenta, con i suoi 16.000 fusti – di cui oltre 3.000 contenenti materiale radioattivo – una vera e propria bomba a orologeria, dato che questi rifiuti, negli ultimi dieci anni, sono rimasti esposti ad intemperie e sono tutt’oggi esposti a possibili incidenti dolosi e fenomeni meteorologici.

I cittadini hanno, infatti, manifestato le loro più che giustificate preoccupazioni e sottolineato di essere costretti a vivere con il contatore geiger a portata di mano – uno strumento che misura le radiazioni di tipo ionizzante – nel tentativo di salvaguardare se stessi da possibili rischi e incidenti.

Il servizio è stato anticipato da una scheda introduttiva sulla Sogin Spa, società dello Stato responsabile dello smantellamento degli impianti nucleari, che ha mostrato il processo di caratterizzazione radiologica. L’azienda ha sottolineato come l’attività “avvenga senza impatto sull’ambiente” e che il rischio sull’esterno sia “praticamente trascurabile”. Ma non è tutto oro quel che luccica. A ottobre del 2015, infatti, l’ad della Sogin Riccardo Casale ha rassegnato le dimissioni rimettendo il tutto nelle mani dell’azionista principale, il Ministero del Tesoro. Dalla lettera di dimissioni dello stesso Casale, pubblicata su Ilfattoquotidiano.it,  emerge un’azienda allo sbando a causa della lentezza operativa, della riduzione dei fondi e di pesanti ritardi che ne hanno penalizzato l’attività. Una società, inoltre, a “rischio di illeciti penali” che non sembrerebbe essere la punta di diamante del decommissioning degli impianti nucleari. Nonostante ciò, è comunque previsto che ad opera della Sogin, venga costruito e gestito il Deposito Nazionale delle scorie nucleari, un’infrastruttura ambientale di superficie dove sistemare – in teoria –  in totale sicurezza tutti i rifiuti radioattivi di ogni genere e provenienza.

Come potrà risolversi il problema? Sarà Sogin ad occuparsi dello smaltimento dei rifiuti radioattivi di Statte? E come? A rispondere a questi interrogativi sarà il commissario straordinario Vera Corbelli che ha dichiarato, in collegamento in studio, di “essersi già attivata per mettere in atto la bonifica del sito e per effettuare una prima indagine”. La Corbelli ha, infine, aggiunto che, con i soggetti preposti, dovrà essere avviata, a breve, la rimozione dei rifiuti e la riqualificazione dell’area. Resta da capire dove verranno condotti i rifiuti eventualmente rimossi e quale sito verrà scelto per realizzare il Deposito Nazionale. Ovviamente ci auguriamo tutti che Statte non venga neanche preso in considerazione, vista la già nota criticità della zona per la presenza dello stabilimento siderurgico.

 

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Ad attivare la Commissione Europea è stato il Comitato Legamjonici che aveva denunciato il diniego da parte della Asl di Taranto all’accesso alle informazioni riguardanti i dati di contaminazione da diossina e PCB di campioni di mitili antecedenti il 2008. Tali dati erano stati richiesti nell’ambito di un’inchiesta che la Commissione aveva avviato su sollecitazione di Legamjonici, che aveva segnalato il superamento dei valori di PCB e diossine, tra luglio 2011 e giugno 2012, nei mitili del primo seno del Mar Piccolo. Il diniego era stato motivato da parte della Asl con l’impossibilità di fornire le informazioni richieste per la presenza di ‘dati sensibili’.Legamjonici in occasione dell’incontro svoltosi a Bruxelles il 27 gennaio 2015, per la discussione del progetto ‘Tempa Rossa’, ha così informato la Commissione Europea, rilevando una possibile violazione della Convenzione di Aarhus da parte dello Stato Italiano.

La Convenzione di Aarhus, recepita dall’UE, sul diritto all’informazione ambientale, prevede all’art.4:

‘6. Ciascuna Parte provvede affinché, nei casi in cui le informazioni sottratte all’obbligo di divulgazione in forza del paragrafo 3, lettera c) e del paragrafo 4 possano essere stralciate senza comprometterne la riservatezza, le autorità pubbliche rendano disponibili le rimanenti informazioni richieste. 7.(…) La notifica deve precisare i motivi del diniego e fornire informazioni sull’accesso alle procedure di ricorso di cui all’articolo 9. Il diniego deve essere comunicato quanto prima e comunque entro il termine di un mese, a meno che la complessità delle informazioni non giustifichi una proroga, che in ogni caso non può essere superiore a due mesi a decorrere dalla richiesta.’

Legamjonici aveva osservato che sebbene il diniego fosse stato notificato per iscritto, la notifica non ne dettagliava i motivi, non forniva informazioni sull’accesso alle procedure di ricorso e non forniva i dati con l’omissione di informazioni non divulgabili. Questo ha impedito alla richiedente –Daniela Spera– di poter agevolmente, e nei tempi indicati dalla legge, presentare ricorso interno nella sede opportuna, anche perché il diniego è stato comunicato con estremo ritardo (oltre 3 mesi senza alcun avviso di proroga).

La Commissione europea, inserendo il contenzioso in uno specifico caso EU Pilot, ha chiesto all’Asl di Taranto, tramite la Struttura di Missione per le Procedure d’Infrazione presso la Presidenza dei Ministri, Dipartimento Politiche Europee, di fornire i dati richiesti per non incorrere in una procedura d’infrazione. L’Eu Pilot infatti é un meccanismo di risoluzione dei problemi e di scambio di informazioni tra la Commissione e gli Stati membri che si sviluppa nella fase antecedente l’apertura formale della procedura di infrazione. In seguito all’intervento della Commissione Europea, la Asl di Taranto ha fornito i dati richiesti.

Il comitato Legamjonici accoglie con soddisfazione il risultato ottenuto ma vigilerà affinché tutte le informazioni sui livelli di contaminazione del Mar Piccolo e del Mar Grande, per diversi inquinanti, siano rese immediatamente disponibili. E’ evidente che in Italia per poter esercitare un diritto è necessario rivolgersi alle autorità europee e da questo momento in poi Taranto è nel mirino della Commissione Europea anche in merito al rispetto del diritto all’informazione.

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Con il decreto “Sblocca Italia” non si contano le autorizzazioni da parte del Governo a violare l’ambiente e, soprattutto, il mare Adriatico. E il braccio di ferro con le Regioni prosegue senza fine.

di Nicolina Di Gesualdo.

Diciamolo chiaramente: per l’ambiente, il 2016 non sembra essere iniziato nel migliore dei modi. Il Ministero dello Sviluppo Economico ha, com’è ormai noto, detto sì con il decreto “Sblocca Italia” ai lavori per le opere di Tempa Rossa a Taranto, dichiarando che “sussistono i presupposti per l’emanazione del relativo provvedimento di autorizzazione previa intesa con la Regione Puglia”. Nel frattempo, il 22 dicembre scorso, sempre il Governo ha dato il via libera alle trivellazioni nel Gargano, a due passi dalle Isole Tremiti, per neanche duemila euro l’anno. Come se non bastasse, un altro fatto gravissimo emerge in questi ultimi giorni: la Snam Rete Gas S.p.a. afferma di voler realizzare un gasdotto Snam s.p.a. “Rete Adriatica”– di circa 700km – lungo la dorsale appenninica, che metterebbe a rischio aree ad alta sismicità e contraddistinte dalla presenza di parchi naturali. Queste sono solo alcune delle risposte del Governo Renzi alle (circa) 52 istanze di permesso di ricerca e prospezione presentate dalle diverse compagnie petrolifere. Ma affrontiamo le tre questioni con ordine.

Se andiamo sul sito di Total – titolare del 50% della “concessione Gorgoglione” assieme a Shell (25%) e Mitsui (25%) –  nella descrizione del progetto Tempa Rossa leggiamo chiaramente che “il giacimento è particolare per la natura degli idrocarburi presenti […] ma anche per il suo contesto ambientale: situato tra il parco regionale di Gallipoli Cognato e il parco nazionale del Pollino, la concessione si trova nel cuore di una regione ad alto valore turistico per la bellezza dei suoi paesaggi”. Dunque, su ammissione della stessa Total (!), il territorio che si andrebbe a toccare possiede un enorme patrimonio, artistico e ambientale: il tratto di terra in questione, infatti, consta di 4.200 ettari di boschi e rocce, oltre a corsi d’acqua e sorgenti, a cui vanno aggiunti un patrimonio archeologico molto rilevante e una sismicità non trascurabile. Quali conseguenze avrà, dunque, il protrarsi di questi lavori? Il greggio poi, come se non bastasse, secondo quanto previsto dal progetto finirebbe a Taranto per essere stoccato nei due serbatoi petroliferi delle raffinerie Eni, il che avrebbe ripercussioni gravissime su una città già devastata dall’inquinamento. Le emissioni diffuse e fuggitive nel capoluogo pugliese, infatti, aumenterebbero del 12%, si verificherebbe un incremento dei composti organici volatili e del traffico di petroliere nel Golfo di Taranto, con rischi di incidenti e conseguenti danni all’ecosistema marino.

Ennesimo esempio lampante, inoltre, di come il Governo si disinteressi dell’enorme patrimonio naturale italiano, è stata l’emanazione del decreto n.176 con cui è stato conferito il permesso B.R274.EL alla società Petrolceltic Italia Srl di avviare gli studi esplorativi al largo delle Isole Tremiti per la durata di circa dodici mesi. Il rischio che i fondali marini della zona interessata potessero finire nel mirino della società irlandese era già stato sfiorato anni fa, ma poi la questione era stata insabbiata e messa da parte. Dopo anni di proteste, ricorsi, battaglie di vario genere, la tanto temuta autorizzazione è arrivata e così giungeranno le conseguenze di queste trivellazioni: già nel 2012, l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra) aveva sottolineato in un rapporto tecnico sulla “Valutazione e mitigazione dell’impatto acustico dovuto alle prospezioni geofisiche nei mari italiani” i problemi provocati utilizzando la tecnica dell’airgun, l’indagine geofisica usata per la ricerca petrolifera e considerata particolarmente nociva per l’ecosistema marino: dai danni ai tessuti corporei degli organismi acquatici alla soppressione del loro sistema immunitario, passando per una diminuzione permanente della capacità uditiva e del tasso riproduttivo fino allo spiaggiamento (fenomeno che avviene continuamente anche sulle coste del mare Adriatico, si pensi al caso dei sette capodogli sulla costa del Gargano nord nel non lontano dicembre 2009).

Ultimo smacco all’ecosistema nel nostro Paese, ma non per importanza, sarà, qualora dovesse essere approvato, un altro progetto di cui si parla da ormai otto anni: la costruzione del Metanodotto Rete Adriatica ad opera della Snam s.p.a. Esso attraverserebbe l’intera dorsale appenninica, ossia i territori italiani a più elevata sismicità. Nel tratto che interessa l’Abruzzo, il Lazio, l’Umbria e le Marche, su 30 località appenniniche attraversate dall’opera, 15 sono a zona sismica. Molte di esse sono proprio quelle più colpite dal disastroso terremoto del 6 aprile del 2009: L’Aquila, Pizzoli, Barete, Barisciano, Poggio Picenze, San Demetrio ne’ Vestini, Fagnano Alto, Prata d’Ansidonia, San Pio delle Camere, Navelli, Caporciano, Popoli. Nella Valle Peligna, che è considerata zona sismica di primo grado, il metanodotto è previsto lungo la faglia sismica del Morrone, e andrebbe a coinvolgere i comuni di Sulmona, Pacentro, Pratola Peligna, Corfinio e Roccacasale. La prevista centrale di compressione Snam è, tra l’altro, molto vicina all’epicentro del terremoto. Anche nel tratto dell’Umbria il tracciato interessa diverse località coinvolte dal sisma di tredici anni fa, quindi va da sé quanto il rischio per le popolazioni sia assolutamente elevato. Inoltre non va sottovalutato il pesante impatto che, in molti tratti, il metanodotto avrebbe sull’ambiente naturale, sulle aree di interesse storico e archeologico e sulle attività economiche delle popolazioni. Per non parlare dei rischi derivanti da possibili incidenti o esplosioni, come, tra l’altro, è avvenuto di recente a Ponte Presale, nel comune di Sestino, in provincia di Arezzo o a Mutignano di Pineto, in provincia di Teramo, poco tempo fa.

Le multinazionali sembrano, dunque, avere vita facile in Italia, mentre i diritti dei cittadini non vengono tutelati a dovere dai loro stessi rappresentanti regionali, che, per la maggior parte, sembrano solo “fiutare consensi” e rilasciare dichiarazioni di convenienza.

Intanto la Corte Costituzionale ha approvato il referendum ‪notriv sulla durata dei permessi di ricerca in mare. In principio i quesiti erano sei ma il referendum ha fatto talmente tremare i piani alti da costringere il Governo a modificare la normativa in materia, nel tentativo di farlo fallire. L’integrazione nella normativa dei quesiti referendari- meglio avere norme modificabili piuttosto che una decisione definitiva voluta dal popolo-avrebbe determinato l’inammissibilità del referendum poiché privo di motivazione. Il Governo- insieme alla Regione Abruzzo, ritiratasi inspiegabilmente – si è dunque opposto all’ammissibilità del restante quesito, ma ha perso miseramente. Ora non resta che recuperare altri due quesiti, sollevando il conflitto di attribuzione, per dare maggiore corposità al referendum no triv.

Uno dei quesiti ‘accolti’ dal Governo, finalizzato a restituire potere alle Regioni, si riferiva a progetti come Tempa Rossa, nella parte riguardante le infrastrutture connesse alle attività petrolifere. Tale quesito è stato inserito nel nuovo pacchetto di emendamenti alla legge di stabilità in vigore dal 1 gennaio 2016. Questo ha spinto i movimenti locali e nazionali a lanciare un appello al presidente della Regione Puglia Michele Emiliano, affinché riveda le autorizzazioni concesse. E mentre continua il braccio di ferro tra Stato e Regioni, i cittadini e l’ambiente continuano a pagarne le conseguenze.

COMUNICATO STAMPA CONGIUNTO (11.1.2016)

IL GRANDE INGANNO DEL GOVERNO

Sulle trivellazioni petrolifere la Regione Puglia difenda la propria dignità e il proprio ruolo

Il nuovo anno ha portato in dono ai pugliesi un nuovo permesso di ricerca petrolifera: quello noto convenzionalmente come B.R274.EL, rilasciato alla Petroceltic Italia srl al largo delle coste del Gargano, per la durata di sei anni, che si aggiunge agli altri undici già rilasciati a partire da giugno scorso, ma non ancora attivati dal MISE. Altro che smobilitazione petrolifera.

Il permesso, che ha il grande sapore della beffa, è stato rilasciato dal MISE e pubblicato sul BUIG del 31 dicembre 2015, il giorno prima dell’entrata in vigore della Legge di Stabilità che, di fatto, ne avrebbe determinato il preavviso di rigetto e la successiva riperimetrazione (in quanto, pur di poco, parzialmente interferente con la linea delle 12 miglia marine dalla costa).

E’ questo uno degli atti che dimostra come il restyling normativo sul tema degli idrocarburi, previsto dal Governo nella Legge di Stabilità sia l’ennesima presa in giro a danno dei territori, questa volta con l’intenzione di eludere i referendum.

A questa conclusione è giunta anche la Corte di Cassazione che, con un’Ordinanza emessa l’8 gennaio, ha riammesso il referendum sul mare (quello sulle dodici miglia marine) chiarendo che l’emendamento introdotto dal Governo non soddisfa la proposta referendaria ma, anzi, tende a raggirarla. Alcuni permessi di ricerca, infatti, verrebbero “congelati” nelle stanze del Ministero, in attesa di tempi migliori e di una nuova svolta normativa (che il Governo spera possa esservi in autunno prossimo, con il referendum costituzionale che dovrebbe riconsegnare la potestà energetica nelle mani del Governo).

Per altri due quesiti (durata dei permessi e Piano delle Aree) le Regioni promotrici del referendum stanno sollevando il conflitto di attribuzione dinanzi alla Corte Costituzionale nei confronti del Parlamento. Nel caso in cui la Corte Costituzionale riconoscesse il tentativo di elusione, verrebbero annullate le modifiche parlamentari su quei due argomenti e si potrebbe celebrare il referendum su tre quesiti.

Tutti elementi a conferma di una trappola ben studiata da parte del Governo, ordita alle spalle dei territori e finanche dei Consigli Regionali che, su pressione dei movimenti notriv e di duecento associazioni ambientaliste e non, avevano promosso il referendum, il cui spirito viene completamente tradito.

La Puglia, attraversata da una serie di scempi ambientali, ha visto i suoi cittadini diventare in questi anni protagonisti della richiesta di cambiamento che, sul tema delle trivellazioni petrolifere, ha portato a grandi manifestazioni di piazza, assemblee permanenti e a una deliberazione del consiglio regionale all’unanimità a pieno sostegno dei quesiti referendari.

Ecco perché, mai come in questo momento in cui le avances del Governo si fanno sottili e ambigue, è quanto mai necessario un cambio di passo sostanziale, che restituisca dignità all’ente regionale e dimostri ai pugliesi la volontà di essere protagonisti di un percorso reale di ridiscussione delle politiche energetiche, fatto senza pregiudizi ma anche senza costrizioni.

La Regione Puglia ha dato procura per promuovere il conflitto di attribuzione. Un atto importante, cui devono seguirne altri, tesi a rafforzare il peso reale dei territori e a prendere adeguate precauzioni contro gli attacchi perpetrati a due passi da casa nostra.

Chiediamo al Presidente Emiliano e al Consiglio Regionale una serie di atti urgenti e indifferibili:

  • di diffidare formalmente il Ministero dello Sviluppo Economico a provvedere all’immediata emanazione ed alla conseguente pubblicazione sul BUIG dei decreti di rigetto per i procedimenti tuttora in corso entro le dodici miglia e a dare preavviso di rigetto per quelli parzialmente interferenti (tra questi ricadono diversi permessi che riguardano la Puglia)
  • di chiedere formalmente al Ministero dello Sviluppo Economico, con riguardo al progetto “Tempa Rossa”, che le autorizzazioni rilasciate per l’ampliamento delle infrastrutture, siano riviste sulla base di una reale intesa con la Regione e non secondo procedura semplificata, così come ripristinato secondo le nuove norme della Legge di Stabilità. La regione si faccia, dunque, portavoce delle istanze del territorio in maniera forte e chiara.
  • di ricorrere al TAR contro il permesso di ricerca B.R274.EL , rilasciato alla Petroceltic Italia srl, al largo delle coste del Gargano

Se fosse rimasto qualche dubbio sulle reali intenzioni del Governo, ci poniamo questa domanda finale: cosa se ne fa Petroceltic di un permesso di ricerca se, per quelle stesse aree, secondo le nuove norme, non potrà mai avere un permesso per trivellare?

 

 

Comitato No Petrolio, Sì Energie Rinnovabili, Comitato per la Tutela del Mare del Gargano, Comitato No Trivelle Capo di Leuca, Rete No Triv Gargano, A.B.A.P. Associazione Biologi Ambientalisti Pugliesi, Comitato Tutela Porto Miggiano, Movimento Stop Tempa Rossa, Legamjonici, Movimento ambientalista di tutela del Gargano, Gargano libero, Capitanata in rete, Gruppo Archeologico Garganico Silvio Ferri, No Triv Taranto, No Triv Trani, Garganistan, Coordinameno No Triv –Terra di Bari.