Tempa Rossa, Trivelle e Gas: l’ennesimo scacco all’ambiente

Pubblicato: 20 gennaio 2016 in Presentazione
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Con il decreto “Sblocca Italia” non si contano le autorizzazioni da parte del Governo a violare l’ambiente e, soprattutto, il mare Adriatico. E il braccio di ferro con le Regioni prosegue senza fine.

di Nicolina Di Gesualdo.

Diciamolo chiaramente: per l’ambiente, il 2016 non sembra essere iniziato nel migliore dei modi. Il Ministero dello Sviluppo Economico ha, com’è ormai noto, detto sì con il decreto “Sblocca Italia” ai lavori per le opere di Tempa Rossa a Taranto, dichiarando che “sussistono i presupposti per l’emanazione del relativo provvedimento di autorizzazione previa intesa con la Regione Puglia”. Nel frattempo, il 22 dicembre scorso, sempre il Governo ha dato il via libera alle trivellazioni nel Gargano, a due passi dalle Isole Tremiti, per neanche duemila euro l’anno. Come se non bastasse, un altro fatto gravissimo emerge in questi ultimi giorni: la Snam Rete Gas S.p.a. afferma di voler realizzare un gasdotto Snam s.p.a. “Rete Adriatica”– di circa 700km – lungo la dorsale appenninica, che metterebbe a rischio aree ad alta sismicità e contraddistinte dalla presenza di parchi naturali. Queste sono solo alcune delle risposte del Governo Renzi alle (circa) 52 istanze di permesso di ricerca e prospezione presentate dalle diverse compagnie petrolifere. Ma affrontiamo le tre questioni con ordine.

Se andiamo sul sito di Total – titolare del 50% della “concessione Gorgoglione” assieme a Shell (25%) e Mitsui (25%) –  nella descrizione del progetto Tempa Rossa leggiamo chiaramente che “il giacimento è particolare per la natura degli idrocarburi presenti […] ma anche per il suo contesto ambientale: situato tra il parco regionale di Gallipoli Cognato e il parco nazionale del Pollino, la concessione si trova nel cuore di una regione ad alto valore turistico per la bellezza dei suoi paesaggi”. Dunque, su ammissione della stessa Total (!), il territorio che si andrebbe a toccare possiede un enorme patrimonio, artistico e ambientale: il tratto di terra in questione, infatti, consta di 4.200 ettari di boschi e rocce, oltre a corsi d’acqua e sorgenti, a cui vanno aggiunti un patrimonio archeologico molto rilevante e una sismicità non trascurabile. Quali conseguenze avrà, dunque, il protrarsi di questi lavori? Il greggio poi, come se non bastasse, secondo quanto previsto dal progetto finirebbe a Taranto per essere stoccato nei due serbatoi petroliferi delle raffinerie Eni, il che avrebbe ripercussioni gravissime su una città già devastata dall’inquinamento. Le emissioni diffuse e fuggitive nel capoluogo pugliese, infatti, aumenterebbero del 12%, si verificherebbe un incremento dei composti organici volatili e del traffico di petroliere nel Golfo di Taranto, con rischi di incidenti e conseguenti danni all’ecosistema marino.

Ennesimo esempio lampante, inoltre, di come il Governo si disinteressi dell’enorme patrimonio naturale italiano, è stata l’emanazione del decreto n.176 con cui è stato conferito il permesso B.R274.EL alla società Petrolceltic Italia Srl di avviare gli studi esplorativi al largo delle Isole Tremiti per la durata di circa dodici mesi. Il rischio che i fondali marini della zona interessata potessero finire nel mirino della società irlandese era già stato sfiorato anni fa, ma poi la questione era stata insabbiata e messa da parte. Dopo anni di proteste, ricorsi, battaglie di vario genere, la tanto temuta autorizzazione è arrivata e così giungeranno le conseguenze di queste trivellazioni: già nel 2012, l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra) aveva sottolineato in un rapporto tecnico sulla “Valutazione e mitigazione dell’impatto acustico dovuto alle prospezioni geofisiche nei mari italiani” i problemi provocati utilizzando la tecnica dell’airgun, l’indagine geofisica usata per la ricerca petrolifera e considerata particolarmente nociva per l’ecosistema marino: dai danni ai tessuti corporei degli organismi acquatici alla soppressione del loro sistema immunitario, passando per una diminuzione permanente della capacità uditiva e del tasso riproduttivo fino allo spiaggiamento (fenomeno che avviene continuamente anche sulle coste del mare Adriatico, si pensi al caso dei sette capodogli sulla costa del Gargano nord nel non lontano dicembre 2009).

Ultimo smacco all’ecosistema nel nostro Paese, ma non per importanza, sarà, qualora dovesse essere approvato, un altro progetto di cui si parla da ormai otto anni: la costruzione del Metanodotto Rete Adriatica ad opera della Snam s.p.a. Esso attraverserebbe l’intera dorsale appenninica, ossia i territori italiani a più elevata sismicità. Nel tratto che interessa l’Abruzzo, il Lazio, l’Umbria e le Marche, su 30 località appenniniche attraversate dall’opera, 15 sono a zona sismica. Molte di esse sono proprio quelle più colpite dal disastroso terremoto del 6 aprile del 2009: L’Aquila, Pizzoli, Barete, Barisciano, Poggio Picenze, San Demetrio ne’ Vestini, Fagnano Alto, Prata d’Ansidonia, San Pio delle Camere, Navelli, Caporciano, Popoli. Nella Valle Peligna, che è considerata zona sismica di primo grado, il metanodotto è previsto lungo la faglia sismica del Morrone, e andrebbe a coinvolgere i comuni di Sulmona, Pacentro, Pratola Peligna, Corfinio e Roccacasale. La prevista centrale di compressione Snam è, tra l’altro, molto vicina all’epicentro del terremoto. Anche nel tratto dell’Umbria il tracciato interessa diverse località coinvolte dal sisma di tredici anni fa, quindi va da sé quanto il rischio per le popolazioni sia assolutamente elevato. Inoltre non va sottovalutato il pesante impatto che, in molti tratti, il metanodotto avrebbe sull’ambiente naturale, sulle aree di interesse storico e archeologico e sulle attività economiche delle popolazioni. Per non parlare dei rischi derivanti da possibili incidenti o esplosioni, come, tra l’altro, è avvenuto di recente a Ponte Presale, nel comune di Sestino, in provincia di Arezzo o a Mutignano di Pineto, in provincia di Teramo, poco tempo fa.

Le multinazionali sembrano, dunque, avere vita facile in Italia, mentre i diritti dei cittadini non vengono tutelati a dovere dai loro stessi rappresentanti regionali, che, per la maggior parte, sembrano solo “fiutare consensi” e rilasciare dichiarazioni di convenienza.

Intanto la Corte Costituzionale ha approvato il referendum ‪notriv sulla durata dei permessi di ricerca in mare. In principio i quesiti erano sei ma il referendum ha fatto talmente tremare i piani alti da costringere il Governo a modificare la normativa in materia, nel tentativo di farlo fallire. L’integrazione nella normativa dei quesiti referendari- meglio avere norme modificabili piuttosto che una decisione definitiva voluta dal popolo-avrebbe determinato l’inammissibilità del referendum poiché privo di motivazione. Il Governo- insieme alla Regione Abruzzo, ritiratasi inspiegabilmente – si è dunque opposto all’ammissibilità del restante quesito, ma ha perso miseramente. Ora non resta che recuperare altri due quesiti, sollevando il conflitto di attribuzione, per dare maggiore corposità al referendum no triv.

Uno dei quesiti ‘accolti’ dal Governo, finalizzato a restituire potere alle Regioni, si riferiva a progetti come Tempa Rossa, nella parte riguardante le infrastrutture connesse alle attività petrolifere. Tale quesito è stato inserito nel nuovo pacchetto di emendamenti alla legge di stabilità in vigore dal 1 gennaio 2016. Questo ha spinto i movimenti locali e nazionali a lanciare un appello al presidente della Regione Puglia Michele Emiliano, affinché riveda le autorizzazioni concesse. E mentre continua il braccio di ferro tra Stato e Regioni, i cittadini e l’ambiente continuano a pagarne le conseguenze.

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