Processo Ilva: si riparte!

Pubblicato: 4 febbraio 2016 in Le nostre attività
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DPP_7Il prossimo 5 febbraio presso la S.v.t.a.m. a Taranto, si terrà a partire dalle ore  9.00, l’udienza preliminare del processo “Ambiente Svenduto”, rinviato lo scorso  9 dicembre a causa di un cavillo giudiziario.

Di Nicolina Di Gesualdo

Nonostante il processo “Ambiente Svenduto” fosse ormai cominciato in Corte d’Assise, com’è ormai noto, dopodomani si ripartirà da zero. Ricordiamo che la causa di questo inaspettato restart sono stati una serie di difetti formali –  la mancata puntualizzazione dei reati contestati e la mancata trascrizione del nome del difensore d’ufficio di alcuni imputati, Vincenzo Vozza –, dettagli ritenuti rilevanti ai fini della continuazione del procedimento e che hanno causato un “effetto domino” devastante su tutti gli accertamenti fino a quel momento compiuti, rendendoli pressoché privi di significato. Tutto daccapo, tutto da rifare, insomma, ma di fronte ad un altro gup, poiché il precedente, Vilma Gilli, si è già pronunciato. La speranza che, questa volta, non vi verifichino ulteriori intoppi è condivisa,  speranza che continua a traballare, visti le recenti interruzioni.

Nel frattempo, l’Ilva continua a generare contrasti (e, ovviamente, ad inquinare). Lo scorso 25 gennaio, infatti, si è svolta la protesta dei lavoratori, guidata da Fiom-Cgil, nel tentativo di rivendicare il rispetto dell’Accordo di programma siglato nel 2005, dopo la chiusura dell’ultimo altoforno di Cornigliano. Il patto, infatti, prevedeva che venisse attuato un percorso di continuità occupazionale e del reddito, ma l’azienda, dopo che è stato bloccato un primo emendamento alla legge di stabilità che avrebbe dovuto stanziare i fondi per integrare il reddito dei lavoratori al 70%, circa 10 milioni in due anni, ha fatto sapere che non potrà mantenere questo impegno. Alle mobilitazioni dei lavoratori di Genova si aggiungerà, il prossimo 10 febbraio quella dei dipendenti del sito di Taranto, con l’obiettivo di ottenere chiarezza sulla cessione dello stabilimento e di altre sette aziende del gruppo Ilva. In particolare, i lavoratori intendono sollecitare la difesa dei posti di lavoro, il rilancio industriale e la prosecuzione della bonifica ambientale. Tutte nobili intenzioni ma nei fatti irrealizzabili. Già dal 9 febbraio, comunque, è prevista una mobilitazione a Bari in occasione della convocazione dei sindacati da parte dell’assessorato regionale al Lavoro.

Inoltre la Commissione Ue ha avviato un’indagine “approfondita” per stabilire se il sostegno dallo Stato italiano all’Ilva rispetti le norme sugli aiuti di Stato. Nel mirino ci sono i circa 2 miliardi concessi in diverse tranche al siderurgico per le attività ordinarie e il rilancio, dunque non quelli finalizzati a mettere in regola il gruppo con le norme sulla riqualificazione ambientale.

Intanto il decreto Ilva che il Governo aveva varato il 4 dicembre – il cui punto centrale consisteva nella cessione di azienda a terzi – è diventato legge e, sino al 10 febbraio prossimo si potranno presentare le manifestazioni di interesse per l’acquisto del siderurgico. L’Ilva, in parole povere, è stata ufficialmente messa all’asta, con tutti i rischi che questo può comportare. La legge inoltre ha predisposto per l’Ilva una somma di ben 1,1 miliardi di euro, così divisa: 300 milioni sotto forma di prestito affinché l’azienda governi la fase di transizione e provveda alla gestione corrente, stipendi compresi, e 800 milioni per la bonifica ambientale. Non sono però donazioni: i 300 milioni dovranno essere restituiti da chi acquisterà l’azienda.

Il premier Renzi ha recentemente dichiarato: “Faremo tutto ciò che serve per salvare l’Ilva”. La domanda che a noi sorge spontanea, però, è la seguente: i cittadini chi li salva?

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