Italia a processo davanti alla Corte di Strasburgo. Ambiente Svenduto: udienza rinviata.

Pubblicato: 18 maggio 2016 in Le nostre attività
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echr-300x138Ennesimo stop al procedimento per difetto di notifica. Nel frattempo l’Italia è finita sotto processo a Strasburgo.

Di Nicolina Di Gesualdo.

Già da l’altro ieri era nell’aria l’ipotesi di un ulteriore rinvio del processo, a causa dell’ennesimo cavillo giuridico a cui ormai siamo avvezzi per quanto riguarda la vicenda Ilva. La Corte, infatti, doveva essere presieduta dal giudice Michele Petrangelo, nei cui confronti gli avvocati di Michele Conserva, ex assessore provinciale, avevano già presentato istanza di ricusazione. Questi ultimi affermavano che il giudice si fosse già pronunciato sulla posizione di Conserva nel dicembre 2012 quando, in veste di Tribunale del Riesame, confermò l’ordinanza di custodia cautelare per l’ex assessore provinciale all’ambiente, accusato di concussione tentata e consumata a carico di due dirigenti della Provincia impegnati con il rilascio delle autorizzazioni a favore del gruppo Riva. Nello specifico, come indicato nel codice di procedura penale, la ricusazione attiene (assieme all’incompatibilità e all’astensione) alla capacità del giudice di esercitare la funzione giurisdizionale in un determinato processo ed è destinata a garantire l’imparzialità del medesimo. All’art. 34 c.p.p. infatti si legge: “Il giudice che ha pronunciato o ha concorso a pronunciare sentenza in un grado del procedimento non può esercitare funzioni di giudice negli altri gradi[…]. Non può partecipare al giudizio il giudice che ha emesso il provvedimento conclusivo dell’udienza preliminare o ha disposto il giudizio immediato o ha emesso decreto penale di condanna […].Quindi, in sostanza, consiste nel meccanismo attivato da una parte processuale per sostituire quello che in Giurisprudenza viene definito il “iudex suspectus” e assicurarsi l’imparzialità della decisione in situazioni – quali l’espletamento di pregresse attività decisionali comportanti una valutazione della res iudicanda, precedente interesse privato o processuale, rapporti familiari con altri soggetti processuali, manifestazione indebita del proprio convincimento – che altrimenti potrebbero risultare minate da un punto di vista processuale. In merito alla ricusazione dovrà pronunciarsi la Corte d’Appello. Nel frattempo il procedimento è strato rinviato al prossimo 14 giugno. E’ stato eccepito dalla difesa di Cesare Corti un difetto di notifica all’imputato. In particolare, le due notifiche destinate a Corti sarebbero state effettuate presso un domicilio diverso da quello dichiarato dall’imputato. Il presidente Petrangelo, al termine di una lunga camera di consiglio, ha accolto parzialmente la questione sollevata dal legale di Corti, precisamente quella sulla irregolarità della notifica del decreto che dispone il rinvio a giudizio. Ad ogni modo la posizione di Corti non è stata comunque del tutto eliminata.

Il risvolto della medaglia è arrivato però, nel frattempo, mentre era in corso il processo, direttamente dall’Europa. Il nostro Paese è, infatti, ufficialmente sotto processo davanti alla Corte europea dei diritti umani di Strasburgo, con l’accusa di non aver protetto adeguatamente la vita e la salute di ben 182 cittadini di Taranto. L’istanza alla Corte era stata presentata, infatti, rispettivamente nel 2013 e nel 2015, rispettivamente da Daniela Spera, Legamjonici (per 52 cittadini) e da Lina Ambrogi Melle (consigliere comunale di Taranto). I ricorrenti accusano lo Stato Italiano di non aver adottato tutti gli strumenti giuridici e normativi necessari per garantire la protezione dell’Ambiente e della salute, soprattutto alla luce dei risultati dello studio “Sentieri” dell’ISS (Istituto Superiore di Sanità) e della perizia epidemiologica realizzata dagli esperti incaricati dal giudice per le indagini preliminari Patrizia Todisco agli inizi dell’inchiesta. Il ricorso, inoltre, si fonda anche sulla presunta violazione degli artt. 2, 8 e 13 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo. Se andiamo ad analizzare, tra l’altro, l’evoluzione della tutela della salute, quest’ultima ha acquisito progressivamente, nel corso degli ultimi cinquant’anni, successivi alla fine della seconda guerra mondiale, sempre maggiore riconoscimento, fino ad essere considerato un valore assoluto, strettamente legato a quello ormai consolidato della libertà. Non va dimenticato, infatti, che per lungo tempo è stata contestata da parte della dottrina l’opportunità e la legittimità dell’inserimento del diritto alla tutela della salute tra i diritti fondamentali dell’uomo[1]. Da “semplice” diritto all’integrità psico-fisica dell’individuo è stato approfondito e ampliato sino a includere, successivamente, il “diritto a un ambiente salubre” come premessa per un’effettiva realizzazione del diritto alla salute stessa[2]. È evidente, come si può evincere nello specifico nel “caso Ilva”, che le condizioni di salute dell’uomo dipendono strettamente dalle condizioni della sfera ambientale in cui egli vive, lavora, si muove: un ambiente insalubre e degradato ha riflessi immediati sullo stato di salute di chi lo abita. La protezione costituzionale del diritto alla salute come diritto alla propria integrità psico-fisica, allora, è collegata direttamente alla protezione costituzionale del diritto all’ambiente, inteso come habitat naturale dell’uomo. Cosicché la distruzione, alterazione o compromissione dell’ambiente stesso pone a rischio non solo i valori naturali, estetici o culturali, ma anche la qualità della vita dell’uomo, essendo presupposto irrinunciabile per il suo sviluppo e per la sua espressione[3].

Restiamo, dunque, in attesa della decisione della Corte di Strasburgo, anche se già l’accoglimento del ricorso rappresenta, senza dubbio, una piccola vittoria.

Dal sito della Corte Europea dei Diritti Umani: testo in lingua francese.

[1] C. BOTTARI, Tutela della salute e organizzazione sanitaria, pp. 13-14, G. Giappichelli Editore, 2009;

[2] Ibidem;

[3] Ibidem;

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