Salva-Ilva, processi e inganni. Quale giustizia per Taranto?

Pubblicato: 14 giugno 2016 in Presentazione
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DPP_0004Dal luglio 2012, anno in cui è scoppiato -mediaticamente parlando- il caso Ilva, le vicende e i provvedimenti legislativi che hanno riguardato l’acciaieria hanno subìto una serie di modificazioni a cui anche il più esperto giurista fa fatica a stare dietro.

di Nicolina Di Gesualdo.

Oggi si è svolta l’ennesima udienza, dopo che nella scorsa era stato eccepito dalla difesa di Cesare Corti un difetto di notifica all’imputato, accolto parzialmente dal giudice.

Anche oggi, ulteriore rinvio dell’udienza al 18 luglio: la Corte d’Assise, presieduta dal giudice Michele Petrangelo, ha infatti accolto la richiesta di rinvio per motivi sanitari dei legali di Fabio Riva, figlio del patron Emilio (deceduto nel 2014, ndr).

Un differimento che era già nell’aria e che non fa che allungare ulteriormente i tempi di un processo partito a rilento, anche se Petrangelo, in qualità di presidente della Corte, ha affermato di voler celebrare il processo in tempi rapidi: sono sei, infatti, le udienze già fissate per luglio e, a partire da settembre, si svolgeranno, secondo quanto affermato dal giudice, tre udienze a settimana.

L’ultimo decreto “Salva-Ilva”, il decimo per l’esattezza, è entrato in vigore lo scorso 31 maggio. Il Consiglio dei Ministri infatti, su proposta dei ministri dello sviluppo economico Carlo Calenda e del ministro dell’Ambiente Gianluca Galletti, ha approvato il decreto legge che interviene sulle norme dedicate al procedimento di gara per il trasferimento a terzi di Ilva, avviato lo scorso gennaio. “Si tratta di norme tecniche a carattere interpretativo o di disposizioni di procedura necessarie per perfezionare il percorso delineato al fine di assicurare la necessaria centralità alla valutazione del Piano Ambientale collegato alle offerte degli interessati.” – si legge nella motivazione – in particolare, il Dl prevede che: al momento del deposito delle offerte da parte degli interessati entro il 30 giugno 2016, le eventuali proposte di modifica del Piano Ambientale avanzate dagli offerenti saranno vagliate preliminarmente a ogni altra componente dell’offerta da un comitato di esperti nominato dal ministro dell’Ambiente, che si esprimerà nel termine di 120 giorni dall’insediamento. Il parere verrà quindi comunicato agli offerenti, che provvederanno, se del caso, ad adeguare le loro offerte. La ratio del provvedimento – viene precisato nella relazione illustrativa – risiede nell’esigenza di evitare l’aggiudicazione ad un offerente senza prima aver vagliato la qualità dei diversi piani ambientali; solo successivamente, verranno valutate le offerte economiche associate ai piani ambientali considerati ammissibili. Tale valutazione verrà compiuta anche con l’ausilio di un perito indipendente che confermi la congruità di mercato delle offerte. Si procederà quindi all’aggiudicazione e all’adozione del piano ambientale definitivo”. Innanzitutto il piano di risanamento ambientale dell’Ilva verrà posticipato al 2019, quindi di ulteriori diciotto mesi rispetto al termine del 30 giugno 2017, che era già stato frutto di una proroga.

Sempre secondo il decreto, l’acquirente dell’Ilva non dovrà più restituire allo Stato il prestito ponte da 300 milioni di euro, come previsto dal decreto Guidi dello scorso gennaio, e concesso per garantire la prosecuzione delle attività, continuando il risanamento ambientale nelle more della procedura di trasferimento. Ora sarà l’Amministrazione Straordinaria a restituirlo, con gli interessi di mercato, e il debito sarà “anteposto agli altri della procedura” rendendo ancora più precaria la posizione dei creditori non assistiti da privilegio. Al nuovo acquirente viene, poi, concessa la stessa immunità penale, civile e amministrativa, riconosciuta ai commissari straordinari “per le condotte poste in essere in attuazione del Piano Ambientale”. Considerando anche che, se si fossero rispettati i tempi previsti in origine, il presunto ‘risanamento’ del siderurgico, ammesso che sia possibile, doveva essere fatto entro il 4 agosto 2016, questo decreto risulta essere l’ennesima disposizione a tutela della produzione dello stabilimento, oggetto di un’impugnazione davanti alla Corte Costituzionale da parte della Regione Puglia.

Nel frattempo, mentre è ancora in corso il processo, il nostro Paese risulta ufficialmente sotto processo davanti alla Corte europea dei diritti umani di Strasburgo, con l’accusa di non aver protetto adeguatamente la vita e la salute di 180 cittadini di Taranto. L’istanza alla Corte era stata presentata, nel 2013 da Daniela Spera (Legamjonici) e successivamente nel 2015 da altri ricorrenti.

L’accusa per lo Stato Italiano è di non aver adottato tutti gli strumenti giuridici e normativi necessari per garantire la protezione dell’Ambiente e della salute, soprattutto alla luce dei risultati dello studio “Sentieri” dell’ISS (Istituto Superiore di Sanità) e della perizia epidemiologica realizzata dagli esperti incaricati dal tribunale di Taranto agli inizi dell’inchiesta.

Il ricorso, inoltre, si fonda anche sulla presunta violazione degli artt. 2, 8 e 13 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo. Ricorso per il quale, tra l’altro, in seguito alla richiesta del Governo italiano, la Corte Europea ha deciso di prorogare al 30 settembre 2016 (di circa tre mesi) il termine per la presentazione delle osservazioni in merito ai ricorsi presentati da 180 tarantini.

Ieri su tutti i giornali è uscita la notizia che un’altra inchiesta ha travolto la società dei Riva, proprio ora che è in corso la vendita della stessa, di cui si è precedentemente parlato. Secondo le indagini della polizia provinciale, infatti, nel 2012 l’Ilva avrebbe fatto “plurime spedizioni di transfrontaliere di rifiuti costituiti dalla loppa d’altoforno verso il Brasile, in assenza delle garanzie e delle formalità previste dalla normativa dello Stato ricevente”.

Nello specifico, l’inchiesta riguarda quattro spedizioni, la prima da quasi cinquantamila tonnellate del 21 giugno 2012, solo un mese prima che si aprisse l’inchiesta “Ambiente Svenduto”, le seconde invece partirono a settembre, quando l’intera dirigenza era inquisita, la quarta a novembre dello stesso anno. Che l’Ilva inquini e uccida, dunque, non è un mistero per nessuno. Ci auguriamo solo che venga accertato una volta per tutte e che ci sia giustizia per i cittadini e i bambini di Taranto.

Anche se, forse, “giustizia” non è il termine più appropriato per definire un eventuale risarcimento o una rigorosa misura penitenziaria. Non saranno mai sufficienti a rincuorare i genitori e i parenti di tutti i morti a causa dell’inquinamento. “Giustizia per Lorenzo non ci sarà mai, ma sicuramente bisogna evitare che accada ad altri”, ci ha detto durante una chiacchierata Mauro Zaratta, il padre del piccolo Lorenzo, deceduto a soli cinque anni nel luglio 2014 dopo una lunga malattia e altrettante dolorose cure di chemioterapia. Il tumore di Lorenzo (e di molti altri bambini di Taranto) è stato causato dall’inquinamento? È una domanda a cui ancora non c’è risposta. Eppure i consulenti tecnici del legale difensore della famiglia Zaratta sostengono che nel cervello di Lorenzo c’erano “numerosi corpi estranei” tra cui ferro, acciaio, zinco e persino silicio e alluminio, sostanze che non dovrebbero esserci. Ciò che sappiamo è che non si può più restare fermi ad aspettare, non si può restare inerti, perché in questo momento altre persone si stanno ammalando o, peggio, stanno perdendo la vita. E pensare che, ancora oggi, c’è chi sostiene che l’Ilva non inquina e che ha sempre rispettato la legge. Una legge che stenta a fare chiarezza sul nesso di causalità. Intanto ArcelorMittal lancia una proposta: cambiare l’AIA in modo che l’‪Ilva rispetti i requisiti richiesti, che tradotto significa ‘proporremo un’AIA ad hoc perché così com’è non può essere applicata ad un catorcio inquinante, va resa a misura d’Ilva’. La storia si ripete, gli inganni si ripetono.

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