Archivio per la categoria ‘Le collaborazioni’

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IL GOVERNO BRUCIA 360 MILIONI DI EURO E BOICOTTA IL REFERENDUM NO TRIV PERCHE’ SA DI PERDERE LA BATTAGLIA CONTRO LE TRIVELLE.

Nel Consiglio dei Ministri di ieri sera, il Governo ha fissato la data per il voto referendario al prossimo 17 aprile, non accogliendo così la richiesta avanzata dalle Associazioni e dai Comitati ambientalisti, dalle Regioni e dai Parlamentari di accorpare il referendum alle prossime elezioni amministrative. In questo modo, il Governo decide di buttare via circa 360 milioni di euro di denaro pubblico. Ed è paradossale che nello stesso Consiglio dei Ministri di ieri si sia deciso, per un verso, di bruciare 360 milioni di euro e, per altro verso, di rinviare l’adozione di un provvedimento finalizzato all’erogazione di un indennizzo in favore dei risparmiatori truffati da Banca Etruria, per un importo pari a 200 milioni di euro. La campagna referendaria si aprirà formalmente solo con il decreto di indizione del Capo dello Stato e solo a partire da quel momento i mezzi di comunicazione di massa saranno tenuti a concedere ai delegati regionali gli spazi previsti. D’altra parte, dinanzi alla Corte Costituzionale pendono ancora due conflitti di attribuzione promossi dalle Regioni nei confronti del Parlamento e dell’Ufficio Centrale per il Referendum (Cassazione), che la Legge di stabilità non aveva soddisfatto. Nel caso l’esito del conflitto di attribuzione fosse positivo si voterebbe per altri due quesiti, uno relativo al piano delle aree e l’altro alla durata dei titoli in terraferma. Il Coordinamento Nazionale No Triv si appella al Capo dello Stato Mattarella osservando: – che l’Election Day è assolutamente necessario al fine di risparmiare 360 milioni di euro; – che dinanzi alla Corte costituzionale pendono ancora due conflitti di attribuzione e che, qualora il giudizio della Corte dovesse essere positivo, il referendum potrebbe svolgersi su tre quesiti e non solo su uno; diversamente vorrebbe dire che nel 2016 gli italiani saranno chiamati alle urne ben cinque volte: per i due referendum abrogativi (1+2), per le elezioni amministrative (+ballottaggio) e per il referendum costituzionale; – che la decisione del Governo costituisce uno schiaffo alla democrazia, in quanto, stabilendo che si vada al voto in tempi così ravvicinati, non consente che gli elettori siano adeguatamente informati sul referendum; – che – al di là del voto che gli italiani potrebbero esprimere sul quesito referendario – la decisione assunta ieri contiene in sé un chiaro obiettivo: il boicottaggio del referendum, e cioè il non raggiungimento del quorum.

Roma, 11 febbraio 2016 – Coordinamento Nazionale No Triv

 

LOCANDINA AGGIORNATA convegno  19 febbraio

‘NO TRIV’ SIGNIFICA:
-no alla devastazione delle risorse naturali
-no alla politica energetica basata sul fossile
-no alle scelte imposte da un governo sordo alle istanze territoriali

VENERDI 19 febbraio, alle ore 17.00, presso il Centro Polivalente Giovanni Paolo II, in via Lisippo 8 a Taranto cercheremo di capire insieme le ragioni del sì al Referendum No Triv. Seguirà un dibattito.
Con noi ci sarà Enzo Di Salvatore, docente di Diritto Costituzionale all’Università di Teramo e autore dei quesiti originari per il Referendum No Triv che sta facendo tremare il governo italiano. E’ esponente del Coordinamento Nazionale No Triv.
Interverranno:

Rossella Baldacconi, PhD in Scienze ambientali
Rosanna Rizzi, Architetto, Esperta in pianificazione e progettazione del paesaggio, Coordinamento No Triv- Terra di Bari
Esponenti del Coordinamento No Triv della Basilicata.

Modera:

Daniela Spera, PhD in Scienze Farmaceutiche, specializzata in chimica organica, responsabile del Comitato Legamjonici e portavoce del Movimento Stop Tempa Rossa.
E’ impegnata nelle maggiori vertenze ambientali a Taranto: Ilva, Eni, Tempa Rossa.
Invitati ad intervenire: cittadini, comitati, associazioni, esponenti politici e organi di stampa.

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Foto di Daniela Spera

Oggi si sarebbe dovuta svolgere la prima udienza del processo “Ambiente Svenduto”, ma è tutto da rifare, a causa di un vizio di forma del verbale. E il processo va a passo di gambero.

di Nicolina Di Gesualdo.

La storia giudiziaria di Taranto sembra davvero non avere fine. Oggi, 9 dicembre, si è svolta l’udienza del processo “Ambiente Svenduto” in Corte d’Assise e già nei mesi scorsi il processo era stato rinviato, per ben due volte, a causa di un difetto di notifica ad alcuni imputati e per uno sciopero nazionale della categoria degli avvocati. Durante il dibattimento il procuratore aggiunto, Pietro Argentino, ha oggi sollevato eccezione di nullità del verbale ex art.142 c.p.p. redatto nell’udienza dello scorso 23 luglio (presidiata dal gup Vilma Gilli). In sostanza, nel verbale in questione non era stato trascritto il nome dell’avvocato che sostituiva i colleghi assenti e assisteva d’ufficio alcuni imputati. Se apriamo il codice di procedura penale, l’art 142 recita: “Salve particolari disposizioni di legge, il verbale è nullo [177] se vi è incertezza assoluta sulle persone intervenute o se manca la sottoscrizione [110] del pubblico ufficiale che lo ha redatto.” Il vizio dell’atto (in questo caso il verbale) diviene rilevante, dunque, solo se va ad incidere su elementi minimi ed irrinunciabili, che sono individuati nell’incertezza assoluta degli intervenienti e nell’omessa sottoscrizione.

Dopo essersi ritirata brevemente in Camera di Consiglio, la Corte ha stabilito la nullità assoluta – mentre la Procura chiedeva la “nullità relativa”, sanabile con una semplice ordinanza – del decreto che dispone il giudizio e invierà di nuovo gli atti al gup. Una decisione senz’altro rigorosa, quella presa dalla Corte, considerando, da un lato, il rischio che alcuni reati contestati vadano in prescrizione e, dall’altro, il fatto che probabilmente sarà un altro magistrato a dover procedere alla fissazione di una nuova udienza preliminare, dato che il giudice Gilli si è già pronunciato. Secondo una precedente decisione della Corte di Cassazione (Cass. Sez. I, 19.12.1990), tra l’altro, sappiamo che “l’omessa indicazione, nel verbale di udienza, delle generalità dei difensori dell’imputato non è causa di nullità, salvo che, per effetto dell’omissione, si ravvisi incertezza assoluta sul fatto che l’imputato stesso sia stato effettivamente assistito”, conclusione, evidentemente, a cui è pervenuta la Corte.

Fatto curioso, considerando la presenza dell’avvocato in udienza – il quale ha anche affermato di “non ricordare di avere avuto comunicazione del procedimento” –, è la trascrizione del suo nome nella sentenza dello stesso gup Gilli e il fatto che solo ora sia stato rilevato questo vizio di forma, a distanza di cinque mesi dalla precedente udienza.

Possibile che per un cavillo burocratico – perché di questo si tratta – un processo di tale portata e gravità debba ripartire da zero? Com’è ormai noto, i molteplici reati contestati vanno dall’avvelenamento delle acque o di sostanze alimentari all’associazione per delinquere finalizzata al disastro ambientale, dal getto pericoloso di cose, all’omissione di cautele sui luoghi di lavoro, che hanno causato, tra gli altri, due ‘morti bianche’, alla concussione, oltre a falsa testimonianza e favoreggiamento.

La sensazione che qualcosa non quadri e che ci sia una volontà di far, a mano a mano, cadere i reati in prescrizione si avverte ormai da mesi e questa decisione non ha fatto altro che confermarla. Ora, infatti, dovremo attendere che il nuovo gup esamini gli innumerevoli documenti del maxiprocesso, mentre, nel frattempo, a Taranto, le persone continuano ad ammalarsi e a morire, inesorabilmente.

Chi è Nicolina Di Gesualdo:

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Facoltà di Giurisprudenza, Università di Macerata.

Scrive di ambiente, diritti civili e musica. Crede che una corretta informazione sia essenziale nella formazione della coscienza morale collettiva.

Collabora con il comitato Legamjonici.

 

A Taranto lo Stato che fa?

“Prima pagina venti notizie/ventun’ingiustizie e lo Stato che fa?” cantava Fabrizio De Andrè in Don Raffaè, descrivendo il lato oscuro del potere e l’indifferenza dello Stato di fronte alle ingiustizie compiute dai propri cittadini. Brano le cui parole risuonano, oggi, come un’eco maledetta, di fronte all’ennesima morte bianca, quella di Cosimo Martucci, quarantacinque anni, travolto questa mattina da un grosso tubo all’interno dello stabilimento dell’Ilva.

Nonostante l’emergenza continui, Taranto, di recente, era scomparsa dalle cronache: nessun accenno dai telegiornali nazionali sul processo “Ambiente Svenduto”- che avrebbe dovuto svolgersi lo scorso venti ottobre ed è stato rinviato al primo dicembre per un difetto di notifica – pochi, approssimativi riferimenti sulla stampa cartacea, qualche notizia fugace sul web (soprattutto da siti locali). Solo oggi, dopo mesi di silenzio, si ritorna a parlare della città dei due mari.

Prevedibili, tra l’altro, sono state, a poche ore di distanza dalla morte dell’operaio di Massafra, la dichiarazione del presidente della Regione Puglia – Michele Emiliano – e l’indizione dello sciopero da parte dei sindacati degli operai dell’Ilva e delle ditte appaltatrici: tutti hanno annunciato a gran voce la necessità di nuove misure di sicurezza, riforme e decreti legge, in un rimbalzo di colpe e retorica che va ormai avanti da molti, troppi anni. Le solite lacrime di coccodrillo, dunque, versate a tragedie avvenute.

Da venerdì il mondo si indigna, più che giustamente, per ciò che è accaduto a Parigi nella notte che potremmo definire la più buia e tragica di tutto il duemilaquindici. Siamo tutti sconvolti, inorriditi, profondamente addolorati per la follia omicida che si è scatenata contro persone inermi, brutalmente uccise proprio nei luoghi (al ristorante, allo stadio, ad un concerto) dove, semplicemente, tutti ci rechiamo, di solito, per dimenticare la mostruosità che c’è nel mondo.

Ma dov’è lo sdegno, dove sono le proteste quando le logiche di mercato e la sete di denaro causano un massacro altrettanto feroce? La maggior parte degli italiani tace di fronte alle malattie e alle morti professionali, forse perché di minore “impatto” rispetto a quelle causate da un attentato terroristico.

In teoria, comunque, dove non arrivano i cittadini, dovrebbero arrivare le istituzioni. A Taranto, invece, lo Stato è inadempiente, si nasconde, non c’è. Non attua misure, non mantiene le promesse. A Taranto, dunque, lo Stato che fa? “Si costerna, s’indigna, s’impegna/poi getta la spugna con gran dignità…”.

Nicolina Di Gesualdo

Legamjonici esprime il proprio cordoglio per la famiglia dell’operaio vittima di Stato.

 


DPP_7In attesa del processo che si terrà il prossimo 20 ottobre, la drammatica sequenza di morti e malattie da inquinamento e da lavoro non si ferma. La realtà del capoluogo pugliese è, ancora oggi, inaccettabile.

Sembra di vederla Taranto, “la città dei due mari”, mentre risplende nella notte attraversata da raggi di luce, come se fosse forgiata nel fuoco. Il fuoco che, come elemento reale o allegorico, da sempre è presente nelle scritture e nei miti, simbolo di purificazione e di rinascita.

Ma il fuoco che fa brillare Taranto non purifica e non rinnova. È un fuoco “cattivo”, maledetto, che produce emissioni sature di diossina e sale fino al cielo, generando nuvole striate di rosa, cariche di morte e devastazione. È il fuoco di Sodoma e Gomorra, di una punizione, però, che di divino e casuale non ha nulla, ma che è attuata dalla mano consapevole dell’uomo.

È il fuoco dell’Ilva, colosso industriale che ha ricominciato a funzionare, nonostante le inchieste, le denunce, il dissesto ambientale, le morti e il procedimento penale ancora in corso. Sì, le morti. Perché l’Ilva, secondo i dati della perizia epidemiologica, causa circa 90 morti l’anno nella popolazione di Taranto, mentre i ricoveri per malattie cardio-respiratorie ammonterebbero a 648 all’anno. Secondo le ultime stime fornite dal Ministero della Salute e contenute nel rapporto “Sentieri” aggiornato al 2014, vengono purtroppo confermate le criticità del profilo sanitario della popolazione di Taranto emerse in precedenti indagini: il tasso di mortalità registrato risulta, ancora, più alto della media regionale e resta preoccupante anche il tasso di mortalità infantile, che nel capoluogo pugliese è del 21%, superiore rispetto al resto della regione. I risultati di “Sentieri” e l’insieme delle conoscenze disponibili, soprattutto, “attribuiscono un ruolo specifico alle esposizioni ambientali”.

L’Ilva poi, come se questi dati non fossero già sufficientemente allarmanti, non è dotata dei più elementari dispositivi per assicurare l’incolumità dei suoi lavoratori, come testimonia la recente morte di Alessandro Morricella (lo scorso 12 giugno), ennesimo operaio vittima della fabbrica, giovane lavoratore di trentacinque anni che lascia una moglie e due figli. E i decessi imputabili allo stabilimento siderurgico sono ancora in corso e, di certo, non si arresteranno nei prossimi anni.

Intanto il prossimo 20 ottobre saranno 47 gli imputati che dovranno comparire davanti alla Corte d’Assise, nel maxi-processo “Ambiente Svenduto”. Undici imputati a processo risponderanno di associazione per delinquere, quindici di disastro ambientale ed avvelenamento di sostanze alimentari.  Tra gli imputati rinviati a giudizio ci sono Nichi Vendola, l’ex presidente della Regione Puglia accusato di “concussione aggravata in concorso“, Claudio e Nicola Riva, rappresentanti della famiglia Riva e dirigenti dello stabilimento, il  sindaco di Taranto, Ippazio Stefàno, accusato di “omissioni d’atti d’ufficio” per non aver assunto misure contro l’inquinamento, e l’ ex prefetto di Milano Bruno Ferrante, ex presidente dell’ ILVA. La cittadinanza auspica un giusto processo in cui la verità giudiziaria possa emergere e collimare con quella politica, che già tutti ampiamente conosciamo.

Se guardiamo ai dati sull’inquinamento ambientale europeo, d’altronde, emerge un quadro ugualmente a tinte fosche: secondo un primo studio – elaborato dall’OMS in collaborazione con l’Organizzazione per la Cooperazione Economica e lo Sviluppo (OCSE) – al 2010 nei paesi europei il costo economico per morti premature da inquinamento atmosferico va oltre 1.400  miliardi di dollari, a cui si deve aggiungere un altro 10% per il costo di malattie dovute all’inquinamento, raggiungendo i 1.600 miliardi di dollari. L’inquinamento causato dagli eco-mostri, dunque, non solo provoca danni all’ambiente e alla salute dell’uomo, ma anche un ingente sperpero di denaro, i dati parlano chiaro. Alcuni economisti italiani anche, e si affrettano a sottolineare, invece, come il rallentamento dell’Ilva abbia causato notevoli danni all’economia e perdite per il PIL italiano, in tre anni, di circa 10 miliardi di euro, considerazione a dir poco offensiva per chi ogni giorno deve affrontare il dramma della scelta tra salute e lavoro.

Frenare gli effetti dell’inquinamento sulla salute umana può procurare enormi vantaggi, sia in termini di vite umane che di guadagni economici, mentre la condotta criminosa di simili eco-mostri chiede un prezzo ancora troppo alto da pagare: il sacrificio di migliaia di persone, la cui preziosa vita viene messa in un angolo, e la distruzione di interi siti ambientali.

In quanti dovranno ancora morire prima che si passi a misure risolutive concrete? Taranto chiede di essere libera. Taranto vuole tornare a risplendere di luce propria.

Nicolina Di Gesualdo

foto conflitti ambientaliLegamjonici a Bruxelles in occasione della presentazione dell’Atlante italiano dei conflitti ambientali.

Il 14 aprile è stato presentato a Bruxelles l’Atlante italiano dei conflitti ambientali. L’evento, organizzato dall’associazione  ‘A Sud onlus’ e dal Cdca di Roma, è stato ospitato al Parlamento europeo dall’eurodeputata Eleonora Forenza, membro della Commissione Ambiente ENVI del Parlamento Europeo.

L’incontro ha visto la partecipazione di diversi comitati provenienti dal sud Italia in rappresentanza dei conflitti ambientali più emblematici. Per il caso Taranto è stato invitato il comitato Legamjonici, intervenuto attraverso la portavoce Daniela Spera.

L’Atlante dei conflitti ambientali ha l’obiettivo di mappare sul territorio nazionale le attività di cittadini che attivamente si battono per l’ottenimento di una giustizia ambientale, fondamentale per la tutela dell’ecosistema e della salute, spesso profondamente compromessa a causa di attività industriali che devastano interi territori. Si tratta di un’opera di divulgazione e di mutuo scambio di saperi per potenziare l’efficacia delle strategie con cui si conducono i conflitti.

La mappatura dei conflitti locali in un contesto nazionale consente inoltre di dare un peso politico maggiore ai comitati che in questo modo possono incidere più efficacemente ad ogni livello.

Su questo tema Daniela Spera ha spiegato che il territorio tarantino è l’esempio più emblematico di conflitti ambientali che coinvolgono comitati e cittadini i quali, anziché ricevere ascolto dall’interlocutore politico hanno invece  incontrato una forte opposizione soprattutto da parte del governo nazionale, con l’emanazione di leggi e autorizzazioni ad hoc, sia per le vicende legate all’Ilva sia per quelle correlate a progetti petroliferi come ‘Tempa Rossa’.

Tale duplice conflitto, con il soggetto che inquina e con il soggetto istituzionale, testimonia una volontà politica tutt’altro che volta a seguire un modello economico non impattante per l’ambiente e per la salute.  A tale proposito Daniela Spera ha inoltre sottolineato la necessità di impiegare la raccolta dei dati sanitari (mappe epidemiologiche) non solo a scopo conoscitivo ma soprattutto come strumento di intervento immediato e risolutivo nella piena applicazione del principio di precauzione, considerando anche gli effetti a breve termine.

In merito allo strumento comunitario di denuncia, la portavoce del comitato Legamjonici ha spiegato come, attraverso l’efficace mezzo della petizione, sia possibile fare pressione sollevando la costante attenzione delle Istituzioni europee sull’operato dello Stato che non rispetta la normativa europea in materia ambientale e di sicurezza.

Sul tema delle bonifiche infine, Daniela Spera ha ricordato che il ripristino dei luoghi contaminati spetta a chi ha inquinato secondo il pricipio ‘chi inquina paga‘ e che per la corretta applicazione di tale principio si devono contestualmente fermare le fonti inquinanti.

La necessità di pensare ad un modello economico alternativo è stata condivisa da tutti i comitati presenti. Tale modello deve realizzarsi concretamente attraverso la depetrolizzazione dei territori, il radicale rifiuto di un modello produttivo devastante ed il rilancio delle attività legate alle peculiarità territoriali: agricoltura, turismo, patrimonio storico-culturale.

L’Atlante italiano dei conflitti ambientali è dunque un punto di partenza per un percorso condiviso e aperto a nuove realtà territoriali. Prossimo appuntamento è la manifestazione del 23 maggio a Lanciano, in Abruzzo, contro la costruzione di piattaforme petrolifere in mare. Come i cittadini di Taranto, anche gli abruzzesi chiedono ”mare pulito, un’economia agroalimentare di qualità, la valorizzazione turistica e culturale del territorio, un modello di sviluppo compatibile con la natura”.

Locandina Bruxelles jpgIn occasione della Presentazione dell’Atlante Italiano dei Conflitti Ambientali al Parlamento Europeo il prossimo 14 Aprile, anche il Comitato Legamjonici è stato invitato a presenziare a Bruxelles: interverrà la portavoce del Comitato, Daniela Spera. Di seguito il comunicato dell’Associazione “A Sud” e il programma della presentazione:

Il CDCA – Centro di documentazione sui conflitti ambientali e A Sud saranno a Bruxelles il 14 aprile per presentare al Parlamento Europeo l’Atlante Italiano dei Conflitti ambientali insieme ad una nutrita delegazione di realtà e comitati impegnati per la difesa della giustizia ambientale. La presentazione dell’Atlante sarà seguita da un momento di incontro tra i rappresentanti delle battaglie ambientali e i Parlamentari europei membri dell’ENVI – Commissione Ambiente, sanità pubblica e sicurezza alimentare.
Tutti i dettagli nel comunicato di seguito.

Una mappa nazionale della (in)giustizia ambientale

Il Centro di Documentazione sui Conflitti Ambientali, aperto a Roma nel 2007, è lieto di invitarvi all’evento di presentazione Parlamento Europeo la prima piattaforma web italiana geo-referenziata, di consultazione gratuita, costruita assieme a dipartimenti universitari, ricercatori, giornalisti, attivisti e comitati territoriali, che raccoglie le schede descrittive delle più emblematiche vertenze ambientali italiane. Dal Vajont a Casal Monferrato, da Taranto a Brescia, dalla Terra dei Fuochi alla Val di Susa, dalle zone di sfruttamento petrolifero alle centrali a carbone, dai poli industriali all’agroindustria, dalle megainfrastrutture alle discariche, un atlante delle emergenze ambientali italiane e delle esperienze di cittadinanza attiva in difesa del territorio e del diritto alla salute.
L’archivio, che al momento contiene circa 100 schede di conflitto, è in continua espansione e di rapida consultazione attraverso un sistema di filtri progressivi; è pensato per essere utilizzato da ricercatori, giornalisti, docenti, studenti, cittadini, enti locali ed istituzioni pubbliche aventi come mission la salvaguardia dell’ambiente e della salute pubblica.

Mappatura partecipata

Il portale è uno strumento di mappatura partecipata: registrandosi come utenti, comitati territoriali, ricercatori, e società civile in qualunque forma organizzata potranno caricare direttamente, seguendo le semplici istruzioni e compilando il formulario predisposto, schede monografiche inerenti specifici conflitti ambientali che, previa validazione da parte dell’equipe di ricerca del CDCA, entreranno a far parte della mappatura visibile sulla home page dell’Altante.
In tal senso il portale mira ad essere non solo un archivio in continua crescita, ma uno strumento di produzione diffusa di documentazione, di partecipazione cittadina e di messa in rete di realtà territoriali oltre che strumento di visibilità e denuncia dei fattori di rischio ambientale presenti da nord a sud del paese.

Contributors

Le schede contenute nell’Atlante sono state realizzate da ricercatori universitari, giornalisti esperti di tematiche ambientali ed attivisti, a stretto contatto con le realtà territoriali attive sui singoli casi. Contengono inoltre una nutrita bibliografia utile ad approfondire ogni aspetto tematico o specifico del singolo conflitto.

L’Atlante Globale dei conflitti: EjAtlas

L’Atlante italiano è stato realizzato nell’ambito del progetto europeo di ricerca Ejolt, finanziato dalla Commissione europea (7° Programma Quadro, DG Ricerca) che ha coinvolto per 5 anni di lavoro su conflitti e giustizia ambientale oltre 20 partner internazionali tra università e centri studi indipendenti. Il progetto (www.ejolt.org) ha elaborato report e raccomandazioni per la commissione europea sulle normativa ambientali e la gestione delle risorse e costruito l’Atlante Globale della Giustizia Ambientale, contenente circa 1.400 casi di conflitto in tutto il mondo, alla cui elaborazione il CDCA ha partecipato attivamente. L’atlante globale è consultabile alla pagina www.ejatlas.org.
L’Atlante italiano si configura come corposo focus paese della mappatura globale, coordinato dall’equipe di ricerca del CDCA e realizzato in lingua italiana per permetterne la fruizione all’interno del territorio nazionale.

VISITA I SITI WEB
▪ Atlante Italiano dei Conflitti Ambientali | atlanteitaliano.cdca.it
▪ Centro di Documentazione sui Conflitti Ambientali |  www.cdca.it
▪ Progetto Europeo di ricerca Ejolt | www.ejolt.org
▪ Atlante Globale della Giustizia Ambientale EjAtlas | www.ejatlas.org

PROGRAMMA :
Presentazione Atlante Italiano dei Conflitti Ambientali al Parlamento Europeo
Il CDCA – Centro di Documentazione Conflitti Ambientali in collaborazione con l’associazione A Sud
presenta:

LANCIO DELL’ ATLANTE ITALIANO DEI CONFLITTI AMBIENTALI  AL PARLAMENTO EUROPEO
Evento di presentazione al Parlamento Europeo

LUOGO E DATA
▪ martedì 14 aprile 2015 | h. 15.00
▪ c/o Room P1C050, European Parliament | Bruxelles

14.30 – 15.00 CONFERENZA STAMPA
Press room of the European Parliament

15.30 -17.00 PRESENTAZIONE DELL’ATLANTE

INTRODUCE
Eleonora Forenza | MEP, GUE – Lista Tsipras-L’Altra Europa

MODERAZIONE E CONCLUSIONI
Salvatore Altiero | A Sud, Ricercatore del CDCA

PRESENTAZIONE DELLA RICERCA
Marica Di Pierri | Presidente del CDCA – Centro di documentazione sui conflitti ambientali

DIBATTITO E INTERVENTI

Saranno presenti e interverranno rappresentanti delle realtà territoriali che hanno collaborato alla mappatura dei conflitti ambientali contenuti nell’Atlante.

Tra essi: Coordinamento Nazionale No Triv | No Triv Abruzzo | No Triv Irpinia | No Triv Calabria | No Triv-No Eni Gela | No Elettrodotto Villanova-Gissi | No Muos Niscemi  | Laboratorio Aprile Acerra | Stop Biocidio Campania | Forum ambientalista Calabria | Comitato regionale Calabria No discariche No inceneritori  | Comitato Legamjonici – Taranto | Rete salute-ambiente Salerno | Comitato No Inceneritore Salerno  | Coordinamento interregionale Abruzzo-Marche No Tubo | No centrale del Mercure | No elettrodotto Calabria | Brindisi bene comune

17.00 – 18.00 INCONTRO CON I PARLAMENTARI EUROPEI MEMBRI DELL’ENVI

Dopo la presentazione dell’Atlante, A Sud, CDCA e i rappresentanti dei comitati presenti incontreranno una delegazione dei parlamentari dell’ENVI, la Commissione europea per ambiente sanità pubblica e sicurezza alimentare.