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Massafra. Si è tenuta ieri, 4 luglio 2017, la Conferenza dei Servizi conclusiva in riferimento all’impianto di Incenerimento dei fanghi presentato dalla società STF (Cisa).
La Conferenza si è conclusa con un PARERE SFAVOREVOLE dell’Arpa e del Comune di Massafra.
L’Arpa ha affermato che l’impatto emissivo dell’impianto NON E’ COMPATIBILE con la situazione ambientale del nostro territorio.
La VIA (Valutazione di Impatto Ambientale) non è superata in quanto gli inquinanti emessi sono eccessivi.

Il Comune di Massafra, nella persona del Sindaco avv. Fabrizio Quarto, ha ribadito il PARERE SFAVOREVOLE già espresso nella Conferenza del 29 Maggio 2017.

La Provincia, nelle persone de il dirigente del servizio Ecologia avv. Stefano Semeraro  e il Presidente dott. Martino Tamburrano, deve adesso esprimersi sulla concessione o meno dell’Autorizzazione alla costruzione all’impianto.

Noi riteniamo che con due pareri negativi di tale importanza la Provincia non possa che rigettare il progetto ed invitiamo fin d’ora tutti i cittadini a vigilare attraverso la partecipazione alle iniziative che metteremo in campo per raggiungere questo obiettivo.

Comitato Massafra vuole respirare

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E’ entrato in vigore il 29 marzo 2013 il Decreto n. 22 del 14 febbraio 2013, che detta le condizioni alle quali alcune tipologie di combustibile solido secondario (CSS) cessano  di essere qualificate come rifiuto. Di conseguenza, viene così elusa la Direttiva 2008/98/CE che prevede che lo smaltimento dei rifiuti urbani indifferenziati debba avvenire in uno degli impianti più vicini ai luoghi di produzione o raccolta, costituendo così una sorta di “libero mercato europeo” stabilendo criteri specifici legati alla norma UNI EN 15359 (non più quella utilizzata per il CDR ,Uni 9903-1: nel 2008 l’Italia è stata condannata dall’Unione europea, perché il CDR va considerato rifiuto e non prodotto). Per il legislatore italiano infatti si attuano le condizioni per cui il coincenerimento di tali rifiuti trattati non costituisce pericolo per l’uomo.

Ma come mai il CSS è stato sottoposto a questa sorta di “liberalizzazione d’urgenza”? Sicuramente per evitare l’ennesima infrazione comunitaria (il deferimento da parte dell’UE è stato ufficializzato recentemente) : infatti il Ministro Clini ha disposto che i rifiuti di Roma non debbano essere più smaltiti nella discarica di Malagrotta, ma dirottati verso impianti di altri comuni limitrofi. Questi però hanno presentato ricorso e vinto al Tar, con la conseguente situazione di emergenza che ha ulteriormente velocizzato l’iter amministrativo del decreto, semplificando le autorizzazioni a bruciare CSS in cementifici e centrali termoelettriche in regime di AIA.

Ma c’è di più: Clini infatti afferma  che “Se pure in questo modo non si riesce a bruciare tutto il cdr o il css,  Ama (la società che gestisce il trattamento dei rifiutia  Roma) dovrà comunque siglare accordi con impianti di altre regioni“. Si prospetta quindi un’operazione solidarietà – Bis, come avvenne nel 2010/11 per i rifiuti campani, quando finirono sparsi nelle discariche ubicate nel territorio dello stivale, con varie irregolarità certificate dagli enti preposti, e in  alcuni casi rispediti al mittente.

In Puglia ci sono tre cementifici  che potrebbero accogliere a braccia aperte questo provvedimento, e, sebbene i criteri per classificare i rifiuti come CSS siano abbastanza restrittivi (anche i controlli  secondo il decreto devono avvenire comunque secondo i criteri posti per i rifiuti speciali), ci sorgono dubbi sull’effettiva riuscita dell’operazione in tempi stringenti (entro Giugno non devono più essere conferiti in discarica, pena infrazione): se difatti il prodotto non dovesse essere conforme, bisogna smaltirlo in discarica, diventando così un problema per il territorio e non rientrerebbe più nel meccanismo promosso dal Ministero nella definizione di “End Of Waste”.

Secondo il Ministero, i rifiuti selezionati per il coicenenerimento fanno scendere le emissioni, contengono meno inquinanti dei combustibili industriali e le emissioni dei cementifici non potranno superare quelle degli inceneritori, il tutto sotto la vigilanza di un Comitato Garante costituito ad hoc.

Secondo l’Associazione Medici per l’Ambiente (Isde Italia) la realtà è differente , come esposto in questo comunicato da Agostino di Ciaula, che  sottolinea  inoltre in una nota che “la normativa per gli impianti di combustione di rifiuti (che siano inceneritori, cementifici o altro) prevede al massimo controlli quadrimestrali delle emissioni di diossine. Questi, a differenza del monitoraggio in continuo (che né la vecchia normativa né il d.lgs. in oggetto impongono) sottostimano fortemente le emissioni di diossine da parte di questi impianti. Anche quantità estremamente piccole di diossine sono pericolose per la salute umana, in quanto queste sostanze non sono biodegradabili e accumulabili nei tessuti umani e nei vegetali, con un tempo di dimezzamento che può superare il secolo”.

Il CSS è prevalentemente composto da plastiche e carta con basso peso specifico, separate dello scarto pesante destinato alla discarica, selezionate per il loro potere calorifico e di una percentuale di cloro e mercurio che, secondo gli studi effettuati che riguardano la  combustione nei cementifici, si volatilizzano grazie alle alte temperature nel forno di cottura, che bruciano inoltre completamente la frazione organica e inglobano le ceneri nel prodotto finito.

In particolare  potrebbe beneficiare di questo decreto la Cementir (che ha sviluppato questo tipo di business già in Turchia) , che con il progetto di modifica del ciclo produttivo chiamato “Nuova Taranto” è stato già autorizzato a bruciare il CSS , siglando un accordo con CISA (Gruppo Marcegaglia) per la fornitura dello stesso.

Legamjonici si pone diversi interrogativi riguardo le condizioni di esercizio del cementificio , per via delle deroghe già autorizzate dalla Regione Puglia in merito , che fissano da 10 a 50 mg/Nm3 le emissioni di TOC; esse infatti, pur non essendo legate al processo di coincenerimento e rientrando nei parametri delle BAT, potrebbero inasprire una situazione ambientale  già compromessa e sommarsi alle ulteriori criticità nella gestione dei CSS , alla luce del fatto che il provvedimento sarà soggetto a riesame a seguito del rilascio dell’AIA per l’esercizio degli impianti coinsediati nell’area industriale e oggetto dell’Accordo di programma “Area Industriale di Taranto e Statte”. Inoltre il meccanismo introdotto dal decreto nel qualificare come prodotto un rifiuto potrebbe innescare un processo economico che comporterebbe una politica rivolta a incentivare la creazione di determinati rifiuti per uso combustibili, soprattutto per il risparmio notevole di combustibili fossili, piuttosto che adottare la strategia “Rifiuti Zero”,che tutti i comuni virtuosi tendono a promuovere.