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europea-corteComunicazione del 20 settembre 2016. Strasburgo, Corte Europea dei Diritti Umani, cittadini di Taranto contro l’Italia: il Presidente della Sezione, su richiesta di Riva Fire, Nicola Riva e Fabio Riva, ha esteso al 25 ottobre prossimo i termini per la presentazione delle osservazioni.
proroga-al-25-ottobre-2016Di conseguenza, nella stessa data, ha anche riaperto i termini per l’intervento di terzi. Chi volesse intervenire a supporto del ricorso promosso da Legamjonici può scrivere a legamionici@gmail.com. Spiegheremo come fare. Serve l’aiuto di tutti!

DPP_0004Una delegazione della Commissione Ambiente, Sanità Pubblica Sicurezza Alimentare (ENVI) del Parlamento europeo ha incontrato le associazioni il 14 luglio 2016 a Taranto. Ecco l’intervento di Legamjonici.

In merito alla vicenda Ilva e al comportamento del governo che ha tutelato le ragioni del privato con i numerosi decreti ‘Salva-Ilva’, a discapito della salute della popolazione tarantina, il comitato Legamjonici ha reso noto di aver promosso nel 2013 il primo ricorso collettivo alla Corte Europea dei Diritti Umani con sede a Strasburgo, seguito da un altro ricorso nel 2015 presentato da altri ricorrenti. L’Italia è oggi sotto processo ed ha l’obbligo di presentare le proprie osservazioni entro il 30 settembre prossimo, in seguito all’ottenimento di una proroga.

Il comitato Legamjonici ha, inoltre, sottolineato che la Asl di Taranto non tutela la popolazione tarantina in quanto attua solo attività di osservazione e non di prevenzione. L’Asl confonde la misura della qualità dell’aria con il reale effetto che gli agenti tossici hanno sulla salute della popolazione e, riferendosi ai valori di legge, correla il rispetto dei limiti di legge di ossidi di azoto, benzene, monossido di carbonio, e gli attuali livelli di PM10 e di Benzo(a)pirene ad un miglioramento della qualità della vita della popolazione tarantina.

Citando quanto rilevato da Ferdinando Laghi, vice-presidente I.S.D.E. nazionale, il comitato ha specificato che i limiti di legge vengono di norma calcolati per una popolazione adulta e dunque l’impatto sui bambini, in relazione alla loro minore massa corporea, risulta diverso e generalmente superiore. Gli organismi in fase di sviluppo, inoltre, con particolare riferimento all’epoca gestazionale, risultano maggiormente suscettibili verso sostanze tossiche che fungono da “interferenti endocrini”, con effetti negativi sui meccanismi che sono alla base della regolazione ormonale.

Bandiera-Unione-Europea-409x240Relativamente ai PM10, viene contestata la posizione dell’Asl che sottolinea come i valori attuali, inferiori ai 25 μg/m3, siano una conquista dal punto di vista sanitario, dimenticando che la stessa Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro (IARC) ha inserito le polveri sottili nel gruppo I, cioè fra i cancerogeni per l’uomo e che per quanto riguarda i metalli pesanti, in particolare Arsenico (As), Cadmio (Cd), Nichel (Ni) e alcuni Idrocarburi Policiclici Aromatici (IPA), la Direttiva 2004/107/CE ha stabilito: ’Dai dati scientifici disponibili risulta che l’arsenico, il cadmio, il nickel e alcuni idrocarburi policiclici aromatici sono agenti cancerogeni umani genotossici e che non esiste una soglia identificabile al di sotto della quale queste sostanze non comportano un rischio per salute umana. L’impatto sulla salute umana e sull’ambiente è dovuto alle concentrazioni nell’aria ambiente e alla deposizione.’ Non esiste, dunque per queste sostanze, un “effetto soglia”, ossia una concentrazione al di sotto della quale se ne possano escludere effetti sulla salute. Infine, ma non ultimo per importanza, c’è da considerare come i limiti di legge, individuati per le singole sostanze, non tengano conto dell’azione sinergica e talora esponenziale che possono svolgere nel loro complesso.

Particolarmente preoccupante è la posizione della Asl di Taranto che nega l’attuale situazione di esposizione continuata, e dunque l’emergenza sanitaria in atto, sottolineando che le patologie tumorali future saranno frutto delle ‘pregresse esposizioni’ che ‘determineranno i loro effetti a lungo termine sulla salute dei cittadini anche negli anni a venire’. Dunque, secondo la Asl, oggi possiamo respirare a pieni polmoni anche nelle zone limitrofe allo stabilimento siderurgico, perché né oggi né domani subiremo danni per l’esposizione attuale.

E’, infine, singolare che la Asl affermi di essere in fase di valutazione degli effetti dei metalli pesanti sulla popolazione tarantina, lasciando intendere di condurre attualmente un’azione di mera osservazione e non di prevenzione. Il comitato ha concluso che lo stabilimento Ilva non potrà mai operare nel rispetto della salute umana, per le ragioni sopra spiegate ed ha, inoltre, fornito alla commissione copia del ricorso presentato alla Corte Europea dei Diritti Umani, oltre ad un corposo dossier che raccoglie quanto reso noto nel 2013, a Roma, presso il Ministero della Salute, da numerosi esperti nel corso del Workshop dal titolo ‘Clima, qualità dell’aria e salute respiratoria: situazione in Italia e prospettive’, in occasione dell’evento ‘2013-Anno europeo dell’aria’.

VIDEO DELL’INTERVENTO:

DPP_0004Dal luglio 2012, anno in cui è scoppiato -mediaticamente parlando- il caso Ilva, le vicende e i provvedimenti legislativi che hanno riguardato l’acciaieria hanno subìto una serie di modificazioni a cui anche il più esperto giurista fa fatica a stare dietro.

di Nicolina Di Gesualdo.

Oggi si è svolta l’ennesima udienza, dopo che nella scorsa era stato eccepito dalla difesa di Cesare Corti un difetto di notifica all’imputato, accolto parzialmente dal giudice.

Anche oggi, ulteriore rinvio dell’udienza al 18 luglio: la Corte d’Assise, presieduta dal giudice Michele Petrangelo, ha infatti accolto la richiesta di rinvio per motivi sanitari dei legali di Fabio Riva, figlio del patron Emilio (deceduto nel 2014, ndr).

Un differimento che era già nell’aria e che non fa che allungare ulteriormente i tempi di un processo partito a rilento, anche se Petrangelo, in qualità di presidente della Corte, ha affermato di voler celebrare il processo in tempi rapidi: sono sei, infatti, le udienze già fissate per luglio e, a partire da settembre, si svolgeranno, secondo quanto affermato dal giudice, tre udienze a settimana.

L’ultimo decreto “Salva-Ilva”, il decimo per l’esattezza, è entrato in vigore lo scorso 31 maggio. Il Consiglio dei Ministri infatti, su proposta dei ministri dello sviluppo economico Carlo Calenda e del ministro dell’Ambiente Gianluca Galletti, ha approvato il decreto legge che interviene sulle norme dedicate al procedimento di gara per il trasferimento a terzi di Ilva, avviato lo scorso gennaio. “Si tratta di norme tecniche a carattere interpretativo o di disposizioni di procedura necessarie per perfezionare il percorso delineato al fine di assicurare la necessaria centralità alla valutazione del Piano Ambientale collegato alle offerte degli interessati.” – si legge nella motivazione – in particolare, il Dl prevede che: al momento del deposito delle offerte da parte degli interessati entro il 30 giugno 2016, le eventuali proposte di modifica del Piano Ambientale avanzate dagli offerenti saranno vagliate preliminarmente a ogni altra componente dell’offerta da un comitato di esperti nominato dal ministro dell’Ambiente, che si esprimerà nel termine di 120 giorni dall’insediamento. Il parere verrà quindi comunicato agli offerenti, che provvederanno, se del caso, ad adeguare le loro offerte. La ratio del provvedimento – viene precisato nella relazione illustrativa – risiede nell’esigenza di evitare l’aggiudicazione ad un offerente senza prima aver vagliato la qualità dei diversi piani ambientali; solo successivamente, verranno valutate le offerte economiche associate ai piani ambientali considerati ammissibili. Tale valutazione verrà compiuta anche con l’ausilio di un perito indipendente che confermi la congruità di mercato delle offerte. Si procederà quindi all’aggiudicazione e all’adozione del piano ambientale definitivo”. Innanzitutto il piano di risanamento ambientale dell’Ilva verrà posticipato al 2019, quindi di ulteriori diciotto mesi rispetto al termine del 30 giugno 2017, che era già stato frutto di una proroga.

Sempre secondo il decreto, l’acquirente dell’Ilva non dovrà più restituire allo Stato il prestito ponte da 300 milioni di euro, come previsto dal decreto Guidi dello scorso gennaio, e concesso per garantire la prosecuzione delle attività, continuando il risanamento ambientale nelle more della procedura di trasferimento. Ora sarà l’Amministrazione Straordinaria a restituirlo, con gli interessi di mercato, e il debito sarà “anteposto agli altri della procedura” rendendo ancora più precaria la posizione dei creditori non assistiti da privilegio. Al nuovo acquirente viene, poi, concessa la stessa immunità penale, civile e amministrativa, riconosciuta ai commissari straordinari “per le condotte poste in essere in attuazione del Piano Ambientale”. Considerando anche che, se si fossero rispettati i tempi previsti in origine, il presunto ‘risanamento’ del siderurgico, ammesso che sia possibile, doveva essere fatto entro il 4 agosto 2016, questo decreto risulta essere l’ennesima disposizione a tutela della produzione dello stabilimento, oggetto di un’impugnazione davanti alla Corte Costituzionale da parte della Regione Puglia.

Nel frattempo, mentre è ancora in corso il processo, il nostro Paese risulta ufficialmente sotto processo davanti alla Corte europea dei diritti umani di Strasburgo, con l’accusa di non aver protetto adeguatamente la vita e la salute di 180 cittadini di Taranto. L’istanza alla Corte era stata presentata, nel 2013 da Daniela Spera (Legamjonici) e successivamente nel 2015 da altri ricorrenti.

L’accusa per lo Stato Italiano è di non aver adottato tutti gli strumenti giuridici e normativi necessari per garantire la protezione dell’Ambiente e della salute, soprattutto alla luce dei risultati dello studio “Sentieri” dell’ISS (Istituto Superiore di Sanità) e della perizia epidemiologica realizzata dagli esperti incaricati dal tribunale di Taranto agli inizi dell’inchiesta.

Il ricorso, inoltre, si fonda anche sulla presunta violazione degli artt. 2, 8 e 13 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo. Ricorso per il quale, tra l’altro, in seguito alla richiesta del Governo italiano, la Corte Europea ha deciso di prorogare al 30 settembre 2016 (di circa tre mesi) il termine per la presentazione delle osservazioni in merito ai ricorsi presentati da 180 tarantini.

Ieri su tutti i giornali è uscita la notizia che un’altra inchiesta ha travolto la società dei Riva, proprio ora che è in corso la vendita della stessa, di cui si è precedentemente parlato. Secondo le indagini della polizia provinciale, infatti, nel 2012 l’Ilva avrebbe fatto “plurime spedizioni di transfrontaliere di rifiuti costituiti dalla loppa d’altoforno verso il Brasile, in assenza delle garanzie e delle formalità previste dalla normativa dello Stato ricevente”.

Nello specifico, l’inchiesta riguarda quattro spedizioni, la prima da quasi cinquantamila tonnellate del 21 giugno 2012, solo un mese prima che si aprisse l’inchiesta “Ambiente Svenduto”, le seconde invece partirono a settembre, quando l’intera dirigenza era inquisita, la quarta a novembre dello stesso anno. Che l’Ilva inquini e uccida, dunque, non è un mistero per nessuno. Ci auguriamo solo che venga accertato una volta per tutte e che ci sia giustizia per i cittadini e i bambini di Taranto.

Anche se, forse, “giustizia” non è il termine più appropriato per definire un eventuale risarcimento o una rigorosa misura penitenziaria. Non saranno mai sufficienti a rincuorare i genitori e i parenti di tutti i morti a causa dell’inquinamento. “Giustizia per Lorenzo non ci sarà mai, ma sicuramente bisogna evitare che accada ad altri”, ci ha detto durante una chiacchierata Mauro Zaratta, il padre del piccolo Lorenzo, deceduto a soli cinque anni nel luglio 2014 dopo una lunga malattia e altrettante dolorose cure di chemioterapia. Il tumore di Lorenzo (e di molti altri bambini di Taranto) è stato causato dall’inquinamento? È una domanda a cui ancora non c’è risposta. Eppure i consulenti tecnici del legale difensore della famiglia Zaratta sostengono che nel cervello di Lorenzo c’erano “numerosi corpi estranei” tra cui ferro, acciaio, zinco e persino silicio e alluminio, sostanze che non dovrebbero esserci. Ciò che sappiamo è che non si può più restare fermi ad aspettare, non si può restare inerti, perché in questo momento altre persone si stanno ammalando o, peggio, stanno perdendo la vita. E pensare che, ancora oggi, c’è chi sostiene che l’Ilva non inquina e che ha sempre rispettato la legge. Una legge che stenta a fare chiarezza sul nesso di causalità. Intanto ArcelorMittal lancia una proposta: cambiare l’AIA in modo che l’‪Ilva rispetti i requisiti richiesti, che tradotto significa ‘proporremo un’AIA ad hoc perché così com’è non può essere applicata ad un catorcio inquinante, va resa a misura d’Ilva’. La storia si ripete, gli inganni si ripetono.


echr-300x138Ennesimo stop al procedimento per difetto di notifica. Nel frattempo l’Italia è finita sotto processo a Strasburgo.

Di Nicolina Di Gesualdo.

Già da l’altro ieri era nell’aria l’ipotesi di un ulteriore rinvio del processo, a causa dell’ennesimo cavillo giuridico a cui ormai siamo avvezzi per quanto riguarda la vicenda Ilva. La Corte, infatti, doveva essere presieduta dal giudice Michele Petrangelo, nei cui confronti gli avvocati di Michele Conserva, ex assessore provinciale, avevano già presentato istanza di ricusazione. Questi ultimi affermavano che il giudice si fosse già pronunciato sulla posizione di Conserva nel dicembre 2012 quando, in veste di Tribunale del Riesame, confermò l’ordinanza di custodia cautelare per l’ex assessore provinciale all’ambiente, accusato di concussione tentata e consumata a carico di due dirigenti della Provincia impegnati con il rilascio delle autorizzazioni a favore del gruppo Riva. Nello specifico, come indicato nel codice di procedura penale, la ricusazione attiene (assieme all’incompatibilità e all’astensione) alla capacità del giudice di esercitare la funzione giurisdizionale in un determinato processo ed è destinata a garantire l’imparzialità del medesimo. All’art. 34 c.p.p. infatti si legge: “Il giudice che ha pronunciato o ha concorso a pronunciare sentenza in un grado del procedimento non può esercitare funzioni di giudice negli altri gradi[…]. Non può partecipare al giudizio il giudice che ha emesso il provvedimento conclusivo dell’udienza preliminare o ha disposto il giudizio immediato o ha emesso decreto penale di condanna […].Quindi, in sostanza, consiste nel meccanismo attivato da una parte processuale per sostituire quello che in Giurisprudenza viene definito il “iudex suspectus” e assicurarsi l’imparzialità della decisione in situazioni – quali l’espletamento di pregresse attività decisionali comportanti una valutazione della res iudicanda, precedente interesse privato o processuale, rapporti familiari con altri soggetti processuali, manifestazione indebita del proprio convincimento – che altrimenti potrebbero risultare minate da un punto di vista processuale. In merito alla ricusazione dovrà pronunciarsi la Corte d’Appello. Nel frattempo il procedimento è strato rinviato al prossimo 14 giugno. E’ stato eccepito dalla difesa di Cesare Corti un difetto di notifica all’imputato. In particolare, le due notifiche destinate a Corti sarebbero state effettuate presso un domicilio diverso da quello dichiarato dall’imputato. Il presidente Petrangelo, al termine di una lunga camera di consiglio, ha accolto parzialmente la questione sollevata dal legale di Corti, precisamente quella sulla irregolarità della notifica del decreto che dispone il rinvio a giudizio. Ad ogni modo la posizione di Corti non è stata comunque del tutto eliminata.

Il risvolto della medaglia è arrivato però, nel frattempo, mentre era in corso il processo, direttamente dall’Europa. Il nostro Paese è, infatti, ufficialmente sotto processo davanti alla Corte europea dei diritti umani di Strasburgo, con l’accusa di non aver protetto adeguatamente la vita e la salute di ben 182 cittadini di Taranto. L’istanza alla Corte era stata presentata, infatti, rispettivamente nel 2013 e nel 2015, rispettivamente da Daniela Spera, Legamjonici (per 52 cittadini) e da Lina Ambrogi Melle (consigliere comunale di Taranto). I ricorrenti accusano lo Stato Italiano di non aver adottato tutti gli strumenti giuridici e normativi necessari per garantire la protezione dell’Ambiente e della salute, soprattutto alla luce dei risultati dello studio “Sentieri” dell’ISS (Istituto Superiore di Sanità) e della perizia epidemiologica realizzata dagli esperti incaricati dal giudice per le indagini preliminari Patrizia Todisco agli inizi dell’inchiesta. Il ricorso, inoltre, si fonda anche sulla presunta violazione degli artt. 2, 8 e 13 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo. Se andiamo ad analizzare, tra l’altro, l’evoluzione della tutela della salute, quest’ultima ha acquisito progressivamente, nel corso degli ultimi cinquant’anni, successivi alla fine della seconda guerra mondiale, sempre maggiore riconoscimento, fino ad essere considerato un valore assoluto, strettamente legato a quello ormai consolidato della libertà. Non va dimenticato, infatti, che per lungo tempo è stata contestata da parte della dottrina l’opportunità e la legittimità dell’inserimento del diritto alla tutela della salute tra i diritti fondamentali dell’uomo[1]. Da “semplice” diritto all’integrità psico-fisica dell’individuo è stato approfondito e ampliato sino a includere, successivamente, il “diritto a un ambiente salubre” come premessa per un’effettiva realizzazione del diritto alla salute stessa[2]. È evidente, come si può evincere nello specifico nel “caso Ilva”, che le condizioni di salute dell’uomo dipendono strettamente dalle condizioni della sfera ambientale in cui egli vive, lavora, si muove: un ambiente insalubre e degradato ha riflessi immediati sullo stato di salute di chi lo abita. La protezione costituzionale del diritto alla salute come diritto alla propria integrità psico-fisica, allora, è collegata direttamente alla protezione costituzionale del diritto all’ambiente, inteso come habitat naturale dell’uomo. Cosicché la distruzione, alterazione o compromissione dell’ambiente stesso pone a rischio non solo i valori naturali, estetici o culturali, ma anche la qualità della vita dell’uomo, essendo presupposto irrinunciabile per il suo sviluppo e per la sua espressione[3].

Restiamo, dunque, in attesa della decisione della Corte di Strasburgo, anche se già l’accoglimento del ricorso rappresenta, senza dubbio, una piccola vittoria.

Dal sito della Corte Europea dei Diritti Umani: testo in lingua francese.

[1] C. BOTTARI, Tutela della salute e organizzazione sanitaria, pp. 13-14, G. Giappichelli Editore, 2009;

[2] Ibidem;

[3] Ibidem;

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