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uova latteGli inquinanti presenti negli alimenti prelevati a Bucaletto sono simili a quelli rinvenuti dall’Arpa Puglia durante il monitoraggio della Sider.

Potenza come Taranto. Nella vicina Basilicata c’è allarme diossine e furani. In contrada Bucaletto, nell’ambito della raccolta fondi “Analizziamo la Basilicata” promossa dall’associazione di volontariato Cova Contro è stata raccolta la richiesta di un gruppo di cittadini che hanno donato fondi e tempo per capire lo stato di salute del luogo.

Per la matrice uova, il laboratorio ha rinvenuto: 95 pg/g(picogrammi/grammi) di diossine-furani per un valore di tossicità equivalente di 4,24 a fronte del limite UE di 3. Per il latte di capra rilevati 158 pg/g per una tossicità equivalente di 6,95 a fronte di un limite di legge europeo di 3, previa considerazione che il limite di 3 pg è stato emendato da una raccomandazione di tenerlo sotto i 2 pg per entrambi gli alimenti. Nei suoli campionati a ridosso della matrice uova il livello di diossine-furani si attesta a 3,92 a fronte di un limite per le aree residenziali di 10 (in altre nazioni questo limite rappresenta già una pesante contaminazione). Oltre ai microinquinanti organici, degni di nota sono i tenori dei metalli pesanti: nelle uova di Bucaletto il piombo era oltre 0,011 mg/kg, (limite di legge 0,02), il mercurio e l’arsenico, non normati, a 0,002 e a 0, 019. Il medesimo trittico di metalli pesanti lo rinveniamo in analoghe concentrazioni anche nel latte di capra. Nei suoli invece rilevate tracce di: pirene, benzoperilene e naftalene oltre ad altri idrocarburi policiclici aromatici non normati.

I valori di diossine e furani da noi ottenuti superano di gran lunga i tenori di inquinanti rilevati nel 2015 da Arpab nei campioni di latte e uova nell’area di Fenice, tenuto presente che nelle nostre analisi non sono stati ricercati i PCB. Diversi anche i punti di analogia tra le nostre analisi e quelle svolte dall’Arpa Puglia nell’ambito del monitoraggio della Sider Potenza sempre tra il 2013 ed il 2015, che attestavano pesanti deposizioni atmosferiche dei medesimi inquinanti, a Rione Betlemme oltre che a Bucaletto, con picchi di 44,33 pg di diossine/furani mentre l’Arpab nel 2003 riportava per l’area di Fenice valori di circa 1,6-2,1 pg.

L’articolo completo – con relativi allegati – potete trovarli su analizebasilicata.altervista.org, scritto da Giorgio Santoriello. Le informazioni sono a cura di:

Associazione Cova Contro: Giorgio Santoriello, Andrea Spartaco,Giusy Puppo

Isde Basilicata – Gian Paolo Farina

Potenza Attiva

 

Qui la replica di Arpab:

 

 

 

 

 

 

 

 

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Diossine e furani sono una famiglia di congeneri chimicamente diversi ma caratterizzati da una miscela di molecole che si distinguono in base al grado di clorurazione dei nuclei aromatici.

La struttura base delle diossine è costituita da due anelli aromatici (benzene clorurato) uniti da due ponti di ossigeno. La più nota e pericolosa è la TCDD (tetraclorurata):formula di struttura del TCDD

La struttura base dei furani è costituita da due anelli aromatici (benzene clorurato) uniti da un ponte di ossigeno. La più nota e pericolosa è la TCDF (tetraclorurata):formula di struttura

 

DPP_0004Una delegazione della Commissione Ambiente, Sanità Pubblica Sicurezza Alimentare (ENVI) del Parlamento europeo ha incontrato le associazioni il 14 luglio 2016 a Taranto. Ecco l’intervento di Legamjonici.

In merito alla vicenda Ilva e al comportamento del governo che ha tutelato le ragioni del privato con i numerosi decreti ‘Salva-Ilva’, a discapito della salute della popolazione tarantina, il comitato Legamjonici ha reso noto di aver promosso nel 2013 il primo ricorso collettivo alla Corte Europea dei Diritti Umani con sede a Strasburgo, seguito da un altro ricorso nel 2015 presentato da altri ricorrenti. L’Italia è oggi sotto processo ed ha l’obbligo di presentare le proprie osservazioni entro il 30 settembre prossimo, in seguito all’ottenimento di una proroga.

Il comitato Legamjonici ha, inoltre, sottolineato che la Asl di Taranto non tutela la popolazione tarantina in quanto attua solo attività di osservazione e non di prevenzione. L’Asl confonde la misura della qualità dell’aria con il reale effetto che gli agenti tossici hanno sulla salute della popolazione e, riferendosi ai valori di legge, correla il rispetto dei limiti di legge di ossidi di azoto, benzene, monossido di carbonio, e gli attuali livelli di PM10 e di Benzo(a)pirene ad un miglioramento della qualità della vita della popolazione tarantina.

Citando quanto rilevato da Ferdinando Laghi, vice-presidente I.S.D.E. nazionale, il comitato ha specificato che i limiti di legge vengono di norma calcolati per una popolazione adulta e dunque l’impatto sui bambini, in relazione alla loro minore massa corporea, risulta diverso e generalmente superiore. Gli organismi in fase di sviluppo, inoltre, con particolare riferimento all’epoca gestazionale, risultano maggiormente suscettibili verso sostanze tossiche che fungono da “interferenti endocrini”, con effetti negativi sui meccanismi che sono alla base della regolazione ormonale.

Bandiera-Unione-Europea-409x240Relativamente ai PM10, viene contestata la posizione dell’Asl che sottolinea come i valori attuali, inferiori ai 25 μg/m3, siano una conquista dal punto di vista sanitario, dimenticando che la stessa Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro (IARC) ha inserito le polveri sottili nel gruppo I, cioè fra i cancerogeni per l’uomo e che per quanto riguarda i metalli pesanti, in particolare Arsenico (As), Cadmio (Cd), Nichel (Ni) e alcuni Idrocarburi Policiclici Aromatici (IPA), la Direttiva 2004/107/CE ha stabilito: ’Dai dati scientifici disponibili risulta che l’arsenico, il cadmio, il nickel e alcuni idrocarburi policiclici aromatici sono agenti cancerogeni umani genotossici e che non esiste una soglia identificabile al di sotto della quale queste sostanze non comportano un rischio per salute umana. L’impatto sulla salute umana e sull’ambiente è dovuto alle concentrazioni nell’aria ambiente e alla deposizione.’ Non esiste, dunque per queste sostanze, un “effetto soglia”, ossia una concentrazione al di sotto della quale se ne possano escludere effetti sulla salute. Infine, ma non ultimo per importanza, c’è da considerare come i limiti di legge, individuati per le singole sostanze, non tengano conto dell’azione sinergica e talora esponenziale che possono svolgere nel loro complesso.

Particolarmente preoccupante è la posizione della Asl di Taranto che nega l’attuale situazione di esposizione continuata, e dunque l’emergenza sanitaria in atto, sottolineando che le patologie tumorali future saranno frutto delle ‘pregresse esposizioni’ che ‘determineranno i loro effetti a lungo termine sulla salute dei cittadini anche negli anni a venire’. Dunque, secondo la Asl, oggi possiamo respirare a pieni polmoni anche nelle zone limitrofe allo stabilimento siderurgico, perché né oggi né domani subiremo danni per l’esposizione attuale.

E’, infine, singolare che la Asl affermi di essere in fase di valutazione degli effetti dei metalli pesanti sulla popolazione tarantina, lasciando intendere di condurre attualmente un’azione di mera osservazione e non di prevenzione. Il comitato ha concluso che lo stabilimento Ilva non potrà mai operare nel rispetto della salute umana, per le ragioni sopra spiegate ed ha, inoltre, fornito alla commissione copia del ricorso presentato alla Corte Europea dei Diritti Umani, oltre ad un corposo dossier che raccoglie quanto reso noto nel 2013, a Roma, presso il Ministero della Salute, da numerosi esperti nel corso del Workshop dal titolo ‘Clima, qualità dell’aria e salute respiratoria: situazione in Italia e prospettive’, in occasione dell’evento ‘2013-Anno europeo dell’aria’.

VIDEO DELL’INTERVENTO:

Intervista a Maria Delia Picuno, mamma di Leoluca, ammalatosi a soli quattordici anni di una rara forma di tumore.

di Nicolina Di Gesualdo.

I veleni dell’Ilva non risparmiano niente e nessuno. Penetrano nei terreni, nei campi coltivati, in ogni corso d’acqua. Si intrufolano in ogni casa, fanno ammalare gravemente bambini, donne e uomini di qualsiasi età e distruggono intere famiglie, ribaltandone la serenità un tempo imperturbabile. Qualche anno fa,  gli stessi tarantini dubitavano che tutto questo potesse dipendere da quella che è stata definita “l’acciaieria più grande d’Europa”. Nel 2012, invece, l’equazione Ilva-malattia-morte ha iniziato a diventare un’amara certezza: vengono infatti resi noti gli esiti delle due perizie disposte dal Gip Todisco, dalle quali viene riscontrata una connessione tra le malattie, le morti causati da tumori e l’inquinamento prodotto dallo stabilimento siderurgico. Nonostante nella perizia si legga che “l’esposizione continuata agli inquinanti […] emessi dall’impianto siderurgico ha causato e causa nella popolazione fenomeni degenerativi di apparati diversi dell’organismo umano che si traducono in eventi di malattia e morte”, la mancanza di prevenzione e le politiche non efficaci, cautelative unicamente del profitto e della libertà di iniziativa economica, non ignorano il carico annuale dei decessi e delle malattie, ma lasciano tuttora la popolazione a se stessa, a combattere ogni giorno con la paura di ammalarsi e di non farcela. Un terrore condiviso anche da Maria Delia Picuno, mamma di Leoluca, giovane tarantino ammalatosi di sarcoma al polpaccio ad appena quattordici anni, ora guarito.

Mi racconta come avete scoperto della malattia di suo figlio?

Nel settembre del 2011 ha cominciato ad avere piccoli dolori al polpaccio, ma pensavamo fossero dei crampi. I dolori erano intermittenti, andavano a periodi. Poi nel 2012 sono diventati fortissimi e continui. Dopo due settimane di indagini diagnostiche all’ospedale di Taranto, ci hanno suggerito di andare a Bologna, perché a Taranto non c’era un ortopedico oncologico. Siamo partiti dalla sera alla mattina e, da lì a pochi giorni, abbiamo avuto il responso di sarcoma delle parti molli, un tumore molto raro, che si verifica soprattutto nelle persone ultrasessantenni. A Bologna ci hanno fatto seguire un protocollo europeo, lo hanno curato e lo hanno operato. Mio figlio ha fatto sette cicli di chemio e trentatré di radioterapia, durante i quali siamo stati costretti a trasferirci a Bologna, perché necessitava di terapie molto specifiche e faceva cicli ogni diciassette giorni. In quel periodo siamo stati costretti ad abbandonare il lavoro, abbiamo avuto molti problemi in merito. In più ho altri due figli piccoli, che spesso dovevo lasciare a casa. Ora Leoluca sta bene e facciamo controlli più dilazionati, sempre a Bologna. L’ultimo è stato fatto il 12 maggio scorso.

Lei ha raccontato quei giorni difficili, di grande sofferenza e apprensione, in un libro che ha intitolato “Diario dei giorni sospesi”. Da dove è nata l’idea del libro? Perché questo titolo?

Ho sempre avuto l’abitudine di prendere appunti e ho scritto qualche riflessione durante la malattia di mio figlio. Cartelle cliniche alla mano, ho cominciato a ricordare attimo per attimo, perché temevo di dimenticare quello che stava accadendo e non potevo permettermelo. Ho altri due figli e devo tenere accesa la consapevolezza, non posso abbassare la guardia. Inoltre ho voluto scrivere questo libro come testimonianza: ci sono, infatti, altri bambini e ragazzi che combattono nel silenzio e nell’indifferenza generale. Da questi appunti iniziali e con queste motivazioni, è venuto fuori “Il diario dei giorni sospesi”. La sensazione più forte era quella di vivere in un limbo, di essere sospesa, perché, quando affronti una simile situazione, la vita si ferma e ci si concentra solo ad affrontare la malattia. Tutto il resto passa in secondo piano.

Immagino abbia provato anche molta rabbia in quei giorni…

La rabbia è venuta fuori piano piano, dopo il primo impatto. Siamo tornati a casa dopo circa sei settimane, perché mio figlio ha avuto una complicazione nell’inserimento del CVC (catetere venoso centrale, ndr) a Bologna ed è andato in coma. Quando siamo rientrati a Taranto, la prima cosa che mi ha destato rabbia è stato risentire l’odore dell’Ilva e rivedere quella famosa polvere (polvere tossica, contenente metalli pesanti, ndr) depositata in balcone, in casa, che prima scambiavamo per semplice pulviscolo. E dire che noi abitiamo anche abbastanza lontano dall’Ilva.

Suo figlio era molto giovane all’epoca, appena adolescente. Con quale stato d’animo ha affrontato un simile calvario?

Leoluca ha affrontato benissimo le cure, un po’ per l’incoscienza dell’età, un po’ per carattere. È un inguaribile ottimista, sempre sorridente. Successivamente però, quando ormai il peggio era passato, ci ha confidato la sofferenza che ha provato nel non poter più giocare a calcio. Era la sua passione più grande e vi ha dovuto rinunciare. Adesso non segue neanche più le partite come faceva un tempo, perché guardarle lo farebbe soffrire e ripenserebbe a tutto quello che ha dovuto affrontare.

Purtroppo molte famiglie scoprono di avere un parente o una persona cara gravemente malata. Che consiglio si sente di dare a queste persone, dopo una simile esperienza?

Innanzitutto di rivolgersi a strutture specializzate. Noi stiamo raccogliendo firme per avere un centro specializzato qui a Taranto, anche se non so quanto sarà possibile, perché non ci sono fondi. Mi sento di dire anche questo: non perdete la speranza, perché la medicina fa passi da gigante e i problemi si affrontano meglio di una volta, sicuramente. Io in questi ultimi quattro anni non solo ho affrontato questo calvario con mio figlio, ho perso tante persone care. Ma è inutile abbattersi. Bisogna farsi forza e andare avanti.

L’Ilva dal giorno del sequestro (26 luglio 2012, ndr) non ha mai smesso di funzionare e continua ad inquinare. Perché secondo lei, nonostante la città sia in piena emergenza sanitaria, lo stabilimento siderurgico non smette di produrre?

Io mi sono data una spiegazione di ordine istituzionale.. Inoltre in questi anni il Governo ha varato decine di decreti “Salva-Ilva”, che hanno guardato solo ad interessi politici e mai a quelli dei cittadini. Il sindaco dovrebbe per primo tutelare la salute dei cittadini e se per primo lui non ci riesce è grave. Siamo tutti molto delusi dalle Istituzioni, abbiamo perso la fiducia. Ci sentiamo abbandonati, anzi, siamo orfani. Speriamo che qualcosa cambi, al più presto.

 

 

Image result for chimicaSarcoma dei Tessuti Molli. Tumore raro. Colpisce con picco di incidenza intorno ai 50 anni di età. L’incidenza annuale è circa di 3/100.000 persone. Nei Sarcomi dei Tessuti Molli sono state trovate alcune mutazioni geniche: queste mutazioni del DNA vengono solitamente acquisite, ma raramente, possono anche essere trasmesse per via ereditaria. Tra le possibili cause di mutazione genica vi sono: – esposizione a radiazioni ionizzanti– esposizione a sostanze chimiche, quali cloruro di vinile, diossina ed alcuni pesticidi.

Per raccontarci la tua storia scrivi a : legamionici@gmail.com

DPP_0004Dal luglio 2012, anno in cui è scoppiato -mediaticamente parlando- il caso Ilva, le vicende e i provvedimenti legislativi che hanno riguardato l’acciaieria hanno subìto una serie di modificazioni a cui anche il più esperto giurista fa fatica a stare dietro.

di Nicolina Di Gesualdo.

Oggi si è svolta l’ennesima udienza, dopo che nella scorsa era stato eccepito dalla difesa di Cesare Corti un difetto di notifica all’imputato, accolto parzialmente dal giudice.

Anche oggi, ulteriore rinvio dell’udienza al 18 luglio: la Corte d’Assise, presieduta dal giudice Michele Petrangelo, ha infatti accolto la richiesta di rinvio per motivi sanitari dei legali di Fabio Riva, figlio del patron Emilio (deceduto nel 2014, ndr).

Un differimento che era già nell’aria e che non fa che allungare ulteriormente i tempi di un processo partito a rilento, anche se Petrangelo, in qualità di presidente della Corte, ha affermato di voler celebrare il processo in tempi rapidi: sono sei, infatti, le udienze già fissate per luglio e, a partire da settembre, si svolgeranno, secondo quanto affermato dal giudice, tre udienze a settimana.

L’ultimo decreto “Salva-Ilva”, il decimo per l’esattezza, è entrato in vigore lo scorso 31 maggio. Il Consiglio dei Ministri infatti, su proposta dei ministri dello sviluppo economico Carlo Calenda e del ministro dell’Ambiente Gianluca Galletti, ha approvato il decreto legge che interviene sulle norme dedicate al procedimento di gara per il trasferimento a terzi di Ilva, avviato lo scorso gennaio. “Si tratta di norme tecniche a carattere interpretativo o di disposizioni di procedura necessarie per perfezionare il percorso delineato al fine di assicurare la necessaria centralità alla valutazione del Piano Ambientale collegato alle offerte degli interessati.” – si legge nella motivazione – in particolare, il Dl prevede che: al momento del deposito delle offerte da parte degli interessati entro il 30 giugno 2016, le eventuali proposte di modifica del Piano Ambientale avanzate dagli offerenti saranno vagliate preliminarmente a ogni altra componente dell’offerta da un comitato di esperti nominato dal ministro dell’Ambiente, che si esprimerà nel termine di 120 giorni dall’insediamento. Il parere verrà quindi comunicato agli offerenti, che provvederanno, se del caso, ad adeguare le loro offerte. La ratio del provvedimento – viene precisato nella relazione illustrativa – risiede nell’esigenza di evitare l’aggiudicazione ad un offerente senza prima aver vagliato la qualità dei diversi piani ambientali; solo successivamente, verranno valutate le offerte economiche associate ai piani ambientali considerati ammissibili. Tale valutazione verrà compiuta anche con l’ausilio di un perito indipendente che confermi la congruità di mercato delle offerte. Si procederà quindi all’aggiudicazione e all’adozione del piano ambientale definitivo”. Innanzitutto il piano di risanamento ambientale dell’Ilva verrà posticipato al 2019, quindi di ulteriori diciotto mesi rispetto al termine del 30 giugno 2017, che era già stato frutto di una proroga.

Sempre secondo il decreto, l’acquirente dell’Ilva non dovrà più restituire allo Stato il prestito ponte da 300 milioni di euro, come previsto dal decreto Guidi dello scorso gennaio, e concesso per garantire la prosecuzione delle attività, continuando il risanamento ambientale nelle more della procedura di trasferimento. Ora sarà l’Amministrazione Straordinaria a restituirlo, con gli interessi di mercato, e il debito sarà “anteposto agli altri della procedura” rendendo ancora più precaria la posizione dei creditori non assistiti da privilegio. Al nuovo acquirente viene, poi, concessa la stessa immunità penale, civile e amministrativa, riconosciuta ai commissari straordinari “per le condotte poste in essere in attuazione del Piano Ambientale”. Considerando anche che, se si fossero rispettati i tempi previsti in origine, il presunto ‘risanamento’ del siderurgico, ammesso che sia possibile, doveva essere fatto entro il 4 agosto 2016, questo decreto risulta essere l’ennesima disposizione a tutela della produzione dello stabilimento, oggetto di un’impugnazione davanti alla Corte Costituzionale da parte della Regione Puglia.

Nel frattempo, mentre è ancora in corso il processo, il nostro Paese risulta ufficialmente sotto processo davanti alla Corte europea dei diritti umani di Strasburgo, con l’accusa di non aver protetto adeguatamente la vita e la salute di 180 cittadini di Taranto. L’istanza alla Corte era stata presentata, nel 2013 da Daniela Spera (Legamjonici) e successivamente nel 2015 da altri ricorrenti.

L’accusa per lo Stato Italiano è di non aver adottato tutti gli strumenti giuridici e normativi necessari per garantire la protezione dell’Ambiente e della salute, soprattutto alla luce dei risultati dello studio “Sentieri” dell’ISS (Istituto Superiore di Sanità) e della perizia epidemiologica realizzata dagli esperti incaricati dal tribunale di Taranto agli inizi dell’inchiesta.

Il ricorso, inoltre, si fonda anche sulla presunta violazione degli artt. 2, 8 e 13 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo. Ricorso per il quale, tra l’altro, in seguito alla richiesta del Governo italiano, la Corte Europea ha deciso di prorogare al 30 settembre 2016 (di circa tre mesi) il termine per la presentazione delle osservazioni in merito ai ricorsi presentati da 180 tarantini.

Ieri su tutti i giornali è uscita la notizia che un’altra inchiesta ha travolto la società dei Riva, proprio ora che è in corso la vendita della stessa, di cui si è precedentemente parlato. Secondo le indagini della polizia provinciale, infatti, nel 2012 l’Ilva avrebbe fatto “plurime spedizioni di transfrontaliere di rifiuti costituiti dalla loppa d’altoforno verso il Brasile, in assenza delle garanzie e delle formalità previste dalla normativa dello Stato ricevente”.

Nello specifico, l’inchiesta riguarda quattro spedizioni, la prima da quasi cinquantamila tonnellate del 21 giugno 2012, solo un mese prima che si aprisse l’inchiesta “Ambiente Svenduto”, le seconde invece partirono a settembre, quando l’intera dirigenza era inquisita, la quarta a novembre dello stesso anno. Che l’Ilva inquini e uccida, dunque, non è un mistero per nessuno. Ci auguriamo solo che venga accertato una volta per tutte e che ci sia giustizia per i cittadini e i bambini di Taranto.

Anche se, forse, “giustizia” non è il termine più appropriato per definire un eventuale risarcimento o una rigorosa misura penitenziaria. Non saranno mai sufficienti a rincuorare i genitori e i parenti di tutti i morti a causa dell’inquinamento. “Giustizia per Lorenzo non ci sarà mai, ma sicuramente bisogna evitare che accada ad altri”, ci ha detto durante una chiacchierata Mauro Zaratta, il padre del piccolo Lorenzo, deceduto a soli cinque anni nel luglio 2014 dopo una lunga malattia e altrettante dolorose cure di chemioterapia. Il tumore di Lorenzo (e di molti altri bambini di Taranto) è stato causato dall’inquinamento? È una domanda a cui ancora non c’è risposta. Eppure i consulenti tecnici del legale difensore della famiglia Zaratta sostengono che nel cervello di Lorenzo c’erano “numerosi corpi estranei” tra cui ferro, acciaio, zinco e persino silicio e alluminio, sostanze che non dovrebbero esserci. Ciò che sappiamo è che non si può più restare fermi ad aspettare, non si può restare inerti, perché in questo momento altre persone si stanno ammalando o, peggio, stanno perdendo la vita. E pensare che, ancora oggi, c’è chi sostiene che l’Ilva non inquina e che ha sempre rispettato la legge. Una legge che stenta a fare chiarezza sul nesso di causalità. Intanto ArcelorMittal lancia una proposta: cambiare l’AIA in modo che l’‪Ilva rispetti i requisiti richiesti, che tradotto significa ‘proporremo un’AIA ad hoc perché così com’è non può essere applicata ad un catorcio inquinante, va resa a misura d’Ilva’. La storia si ripete, gli inganni si ripetono.


echr-300x138Ennesimo stop al procedimento per difetto di notifica. Nel frattempo l’Italia è finita sotto processo a Strasburgo.

Di Nicolina Di Gesualdo.

Già da l’altro ieri era nell’aria l’ipotesi di un ulteriore rinvio del processo, a causa dell’ennesimo cavillo giuridico a cui ormai siamo avvezzi per quanto riguarda la vicenda Ilva. La Corte, infatti, doveva essere presieduta dal giudice Michele Petrangelo, nei cui confronti gli avvocati di Michele Conserva, ex assessore provinciale, avevano già presentato istanza di ricusazione. Questi ultimi affermavano che il giudice si fosse già pronunciato sulla posizione di Conserva nel dicembre 2012 quando, in veste di Tribunale del Riesame, confermò l’ordinanza di custodia cautelare per l’ex assessore provinciale all’ambiente, accusato di concussione tentata e consumata a carico di due dirigenti della Provincia impegnati con il rilascio delle autorizzazioni a favore del gruppo Riva. Nello specifico, come indicato nel codice di procedura penale, la ricusazione attiene (assieme all’incompatibilità e all’astensione) alla capacità del giudice di esercitare la funzione giurisdizionale in un determinato processo ed è destinata a garantire l’imparzialità del medesimo. All’art. 34 c.p.p. infatti si legge: “Il giudice che ha pronunciato o ha concorso a pronunciare sentenza in un grado del procedimento non può esercitare funzioni di giudice negli altri gradi[…]. Non può partecipare al giudizio il giudice che ha emesso il provvedimento conclusivo dell’udienza preliminare o ha disposto il giudizio immediato o ha emesso decreto penale di condanna […].Quindi, in sostanza, consiste nel meccanismo attivato da una parte processuale per sostituire quello che in Giurisprudenza viene definito il “iudex suspectus” e assicurarsi l’imparzialità della decisione in situazioni – quali l’espletamento di pregresse attività decisionali comportanti una valutazione della res iudicanda, precedente interesse privato o processuale, rapporti familiari con altri soggetti processuali, manifestazione indebita del proprio convincimento – che altrimenti potrebbero risultare minate da un punto di vista processuale. In merito alla ricusazione dovrà pronunciarsi la Corte d’Appello. Nel frattempo il procedimento è strato rinviato al prossimo 14 giugno. E’ stato eccepito dalla difesa di Cesare Corti un difetto di notifica all’imputato. In particolare, le due notifiche destinate a Corti sarebbero state effettuate presso un domicilio diverso da quello dichiarato dall’imputato. Il presidente Petrangelo, al termine di una lunga camera di consiglio, ha accolto parzialmente la questione sollevata dal legale di Corti, precisamente quella sulla irregolarità della notifica del decreto che dispone il rinvio a giudizio. Ad ogni modo la posizione di Corti non è stata comunque del tutto eliminata.

Il risvolto della medaglia è arrivato però, nel frattempo, mentre era in corso il processo, direttamente dall’Europa. Il nostro Paese è, infatti, ufficialmente sotto processo davanti alla Corte europea dei diritti umani di Strasburgo, con l’accusa di non aver protetto adeguatamente la vita e la salute di ben 182 cittadini di Taranto. L’istanza alla Corte era stata presentata, infatti, rispettivamente nel 2013 e nel 2015, rispettivamente da Daniela Spera, Legamjonici (per 52 cittadini) e da Lina Ambrogi Melle (consigliere comunale di Taranto). I ricorrenti accusano lo Stato Italiano di non aver adottato tutti gli strumenti giuridici e normativi necessari per garantire la protezione dell’Ambiente e della salute, soprattutto alla luce dei risultati dello studio “Sentieri” dell’ISS (Istituto Superiore di Sanità) e della perizia epidemiologica realizzata dagli esperti incaricati dal giudice per le indagini preliminari Patrizia Todisco agli inizi dell’inchiesta. Il ricorso, inoltre, si fonda anche sulla presunta violazione degli artt. 2, 8 e 13 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo. Se andiamo ad analizzare, tra l’altro, l’evoluzione della tutela della salute, quest’ultima ha acquisito progressivamente, nel corso degli ultimi cinquant’anni, successivi alla fine della seconda guerra mondiale, sempre maggiore riconoscimento, fino ad essere considerato un valore assoluto, strettamente legato a quello ormai consolidato della libertà. Non va dimenticato, infatti, che per lungo tempo è stata contestata da parte della dottrina l’opportunità e la legittimità dell’inserimento del diritto alla tutela della salute tra i diritti fondamentali dell’uomo[1]. Da “semplice” diritto all’integrità psico-fisica dell’individuo è stato approfondito e ampliato sino a includere, successivamente, il “diritto a un ambiente salubre” come premessa per un’effettiva realizzazione del diritto alla salute stessa[2]. È evidente, come si può evincere nello specifico nel “caso Ilva”, che le condizioni di salute dell’uomo dipendono strettamente dalle condizioni della sfera ambientale in cui egli vive, lavora, si muove: un ambiente insalubre e degradato ha riflessi immediati sullo stato di salute di chi lo abita. La protezione costituzionale del diritto alla salute come diritto alla propria integrità psico-fisica, allora, è collegata direttamente alla protezione costituzionale del diritto all’ambiente, inteso come habitat naturale dell’uomo. Cosicché la distruzione, alterazione o compromissione dell’ambiente stesso pone a rischio non solo i valori naturali, estetici o culturali, ma anche la qualità della vita dell’uomo, essendo presupposto irrinunciabile per il suo sviluppo e per la sua espressione[3].

Restiamo, dunque, in attesa della decisione della Corte di Strasburgo, anche se già l’accoglimento del ricorso rappresenta, senza dubbio, una piccola vittoria.

Dal sito della Corte Europea dei Diritti Umani: testo in lingua francese.

[1] C. BOTTARI, Tutela della salute e organizzazione sanitaria, pp. 13-14, G. Giappichelli Editore, 2009;

[2] Ibidem;

[3] Ibidem;

targaUltime notizie: i picchi di diossine rilevati, nei mesi di maggio 2014, novembre 2014 e febbraio 2015, dalla centralina ubicata nel quartiere Tamburi non sono stati causati dall’ Ilva. Dall’analisi delle ‘impronte digitali’ – profili delle diossine analizzate – queste non sarebbero riconducibili all’Ilva di Taranto.

Resta da capire chi ha provocato questi picchi. Si attendono delucidazioni da parte di Arpa Puglia. Secondo gli esperti, la prof.ssa Zanetti del politecnico di Torino e l’ing. Onofrio, Le ripartizioni degli omologhi nelle polveri raccolte nei mesi in cui le centraline hanno rilevato i picchi, inoltre, risultano differenti rispetto a quelle rilevate in tutti gli altri mesi dell’anno’. Ecco appunto. L’Ilva produce diossine tutti i mesi dell’anno e le diossine sono inquinanti persistenti, cioè si accumulano giorno dopo giorno nell’ambiente. Questo però sembra non preoccupare ‘esperti’ e sigle sindacali che, ragionando solo sui ‘picchi’, aggirano il problema. Ma nessuno osa contestare questo piccolo particolare. Intanto la bonifica  della scuola Deledda ai Tamburi è stata predisposta a causa di una contaminazione non certo causata dai picchi di inquinanti ma da una esposizione continuata nel tempo. In attesa che nasca il  nuovo dibattito ‘picchi diossina Ilva sì, Ilva no’, i cittadini di Taranto continuano ad ammalarsi, mentre il 17 maggio prossimo riparte il processo ‘Ambiente Svenduto‘.

Link di riferimento: Ilva, Fiom-Cgil su caso diossina: “Attendiamo gli esiti del monitoraggio per conoscere le cause dei picchi”


DPP_7In attesa del processo che si terrà il prossimo 20 ottobre, la drammatica sequenza di morti e malattie da inquinamento e da lavoro non si ferma. La realtà del capoluogo pugliese è, ancora oggi, inaccettabile.

Sembra di vederla Taranto, “la città dei due mari”, mentre risplende nella notte attraversata da raggi di luce, come se fosse forgiata nel fuoco. Il fuoco che, come elemento reale o allegorico, da sempre è presente nelle scritture e nei miti, simbolo di purificazione e di rinascita.

Ma il fuoco che fa brillare Taranto non purifica e non rinnova. È un fuoco “cattivo”, maledetto, che produce emissioni sature di diossina e sale fino al cielo, generando nuvole striate di rosa, cariche di morte e devastazione. È il fuoco di Sodoma e Gomorra, di una punizione, però, che di divino e casuale non ha nulla, ma che è attuata dalla mano consapevole dell’uomo.

È il fuoco dell’Ilva, colosso industriale che ha ricominciato a funzionare, nonostante le inchieste, le denunce, il dissesto ambientale, le morti e il procedimento penale ancora in corso. Sì, le morti. Perché l’Ilva, secondo i dati della perizia epidemiologica, causa circa 90 morti l’anno nella popolazione di Taranto, mentre i ricoveri per malattie cardio-respiratorie ammonterebbero a 648 all’anno. Secondo le ultime stime fornite dal Ministero della Salute e contenute nel rapporto “Sentieri” aggiornato al 2014, vengono purtroppo confermate le criticità del profilo sanitario della popolazione di Taranto emerse in precedenti indagini: il tasso di mortalità registrato risulta, ancora, più alto della media regionale e resta preoccupante anche il tasso di mortalità infantile, che nel capoluogo pugliese è del 21%, superiore rispetto al resto della regione. I risultati di “Sentieri” e l’insieme delle conoscenze disponibili, soprattutto, “attribuiscono un ruolo specifico alle esposizioni ambientali”.

L’Ilva poi, come se questi dati non fossero già sufficientemente allarmanti, non è dotata dei più elementari dispositivi per assicurare l’incolumità dei suoi lavoratori, come testimonia la recente morte di Alessandro Morricella (lo scorso 12 giugno), ennesimo operaio vittima della fabbrica, giovane lavoratore di trentacinque anni che lascia una moglie e due figli. E i decessi imputabili allo stabilimento siderurgico sono ancora in corso e, di certo, non si arresteranno nei prossimi anni.

Intanto il prossimo 20 ottobre saranno 47 gli imputati che dovranno comparire davanti alla Corte d’Assise, nel maxi-processo “Ambiente Svenduto”. Undici imputati a processo risponderanno di associazione per delinquere, quindici di disastro ambientale ed avvelenamento di sostanze alimentari.  Tra gli imputati rinviati a giudizio ci sono Nichi Vendola, l’ex presidente della Regione Puglia accusato di “concussione aggravata in concorso“, Claudio e Nicola Riva, rappresentanti della famiglia Riva e dirigenti dello stabilimento, il  sindaco di Taranto, Ippazio Stefàno, accusato di “omissioni d’atti d’ufficio” per non aver assunto misure contro l’inquinamento, e l’ ex prefetto di Milano Bruno Ferrante, ex presidente dell’ ILVA. La cittadinanza auspica un giusto processo in cui la verità giudiziaria possa emergere e collimare con quella politica, che già tutti ampiamente conosciamo.

Se guardiamo ai dati sull’inquinamento ambientale europeo, d’altronde, emerge un quadro ugualmente a tinte fosche: secondo un primo studio – elaborato dall’OMS in collaborazione con l’Organizzazione per la Cooperazione Economica e lo Sviluppo (OCSE) – al 2010 nei paesi europei il costo economico per morti premature da inquinamento atmosferico va oltre 1.400  miliardi di dollari, a cui si deve aggiungere un altro 10% per il costo di malattie dovute all’inquinamento, raggiungendo i 1.600 miliardi di dollari. L’inquinamento causato dagli eco-mostri, dunque, non solo provoca danni all’ambiente e alla salute dell’uomo, ma anche un ingente sperpero di denaro, i dati parlano chiaro. Alcuni economisti italiani anche, e si affrettano a sottolineare, invece, come il rallentamento dell’Ilva abbia causato notevoli danni all’economia e perdite per il PIL italiano, in tre anni, di circa 10 miliardi di euro, considerazione a dir poco offensiva per chi ogni giorno deve affrontare il dramma della scelta tra salute e lavoro.

Frenare gli effetti dell’inquinamento sulla salute umana può procurare enormi vantaggi, sia in termini di vite umane che di guadagni economici, mentre la condotta criminosa di simili eco-mostri chiede un prezzo ancora troppo alto da pagare: il sacrificio di migliaia di persone, la cui preziosa vita viene messa in un angolo, e la distruzione di interi siti ambientali.

In quanti dovranno ancora morire prima che si passi a misure risolutive concrete? Taranto chiede di essere libera. Taranto vuole tornare a risplendere di luce propria.

Nicolina Di Gesualdo