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Taranto. È prevista a partire dal 17 luglio a Taranto una tre giorni di incontri con una delegazione della Commissione per le Petizioni del Parlamento Europeo. La missione è finalizzata a raccogliere informazioni e a conoscere la situazione ambientale e sanitaria del capoluogo ionico. Temi centrali: Ilva ed Eni. I membri della delegazione, infatti, visiteranno lo stabilimento Ilva e la raffineria Eni e ascolteranno le associazioni titolari di petizioni e altre ONG (Organizzazioni Non Governative). Il Comitato Legamjonici, che sarà presente in tutti gli incontri, relazionerà anche il 19 luglio in merito alla petizione presentata nel 2011 sul progetto Tempa Rossa. L’intero programma è consultabile qui.

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corte-europea-diritti-delluomo-strasburgo-1-2La Corte Europea dei Diritti Umani, con sede a Strasburgo, ha concesso una nuova proroga al Governo Italiano. Il termine ultimo per inoltrare le proprie osservazioni in merito all’accoglimento del ricorso presentato da un nutrito gruppo di cittadini di Taranto, slitta, dunque, dal 10 novembre al 12 dicembre prossimo. Alla lettera inviataci da Strasburgo, in quanto primi promotori del ricorso del 2013 (Cordella e altri), sono allegate anche le motivazioni della richiesta avanzata dal Governo Italiano.

L’Italia specifica che la proroga si rende necessaria anche per poter rispondere agli interventi di terzi. Ricordiamo che oltre a Riva Fire, Nicola e Fabio Riva, anche l’Isde e il Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università di Torino hanno formulato osservazioni come terzi. Sugli interventi dei Riva, la Dott.ssa Daniela Spera, in rappresentanza e come esperto scientifico dei ricorrenti del ricorso ‘Cordella e altri’, l’Avvocato Sandro Maggio e l’Avvocato Leonardo La Porta, che ha ricevuto recente nomina, hanno presentato le proprie osservazioni, affidate al Consulente linguistico Simone Izzo.

Intanto, la Commissione per le Petizioni del Parlamento Europeo ha annullato la missione prevista a Taranto dal 2 al 4 novembre che avrebbe dovuto affrontare due questioni spinose: una legata ad Ilva e l’altra ad ENI. L’incontro con il comitato LegamJonici, già intervenuto nella scorsa missione e titolare della petizione su Tempa Rossa, era stato fissato per il 4 novembre. La nuova data è da destinarsi.

Bandiera-Unione-Europea-409x240Comitato Legamjonici, contro l’inquinamento.

Comunicato Stampa

27/04/2016

Progetto Tempa Rossa, Taranto. Inviate nuove informazioni alle autorità europee.

  

Progetto Tempa Rossa. Il comitato Legamjonici ha inviato nuove informazioni alla Direzione Generale Ambiente della Commissione Europea e alla Commissione Petizioni del Parlamento Europeo.Com’è noto, il comitato Legamjonici è titolare della petizione che riguarda il progetto Tempa Rossa a Taranto. Tale petizione, che solleva principalmente le criticità legate alla direttiva Seveso e all’inquinamento delle risorse ittiche locali derivante da attività antropiche, è stata accolta nel 2011 ed è, ancora oggi, oggetto di attenzione da parte della Commissione Europea e del Parlamento Europeo. Nel gennaio del 2015 la Commissione per le petizioni ha ritenuto necessario continuare a vigilare sulla corretta applicazione della normativa europea, decidendo di tenere aperta la petizione, a supporto della quale il comitato Legamjonici ha recentemente inviato ulteriori informazioni. Le integrazioni riguardano quanto emerso dall’inchiesta condotta dalla Procura di Potenza con particolare riferimento all’approvazione dell’emendamento finalizzato a favorire lo sblocco delle procedure autorizzative. Si rende noto, infine, che l’Eni non ha ancora consegnato il Rapporto di Sicurezza Definitivo per il progetto Tempa Rossa. E’ di oggi la conferma da parte del Comitato Tecnico Regionale della Puglia che, lo ricordiamo, nel 2013 aveva accolto le osservazioni, integrate come prescrizioni, del Comitato Legamjonici.

petroleo_cuba_pozos_zpsc1fbaa27Comunicato Stampa
Referendum NoTriv: risultato incoraggiante per Taranto.
Legamjonici
18/04/2016

I tentativi di boicottaggio, il cono d’ombra mediatico, l’ignavia di alcuni e la disinformazione hanno avuto la meglio. In ogni caso 15 milioni di italiani sono andati a votare e 13 milioni hanno votato per abrogare la norma oggetto del quesito referendario. Un dato che il governo non può ignorare nonostante il mancato raggiungimento del quorum.

Nella regione recentemente investita dall’inchiesta sul disastro ambientale prodotto da attività petrolifere, la Basilicata, si è raggiunto un risultato importante: il 50,17% dei lucani si è recato alle urne e 96% ha detto “sì, siamo stanchi del petrolio’.

A seguire la Puglia con il 41,6% di affluenza alle urne, di cui il 95% ha votato ‘sì’. Lecce il capoluogo con i dati più elevati (47,55%) seguita da Bari (42,23%) e Taranto (41,74%).

Il dato di Taranto è significativo e incoraggiante. E’ stato evidentemente infranto un muro di omertà rispetto a un tema fondamentale: il futuro energetico del nostro Paese e la tutela delle nostre risorse naturali. Se si confronta questo dato con l’affluenza registrata nel 2011 al referendum su acqua pubblica e nucleare nella città di Taranto (49,9%), la cui campagna referendaria aveva goduto di un’adeguata tempistica di svolgimento, possiamo affermare che il dato di 42,5% è un ottimo risultato, soprattutto perché raggiunto nonostante il tempo limitato (meno di 2 mesi) a disposizione per informare. Un risultato, questo che acquisisce maggiore valore perché ottenuto in una città che, sopraffatta dall’emergenza sanitaria, ancora in atto, a causa dell’attività siderurgica, sembrava aver abbandonato ogni desiderio di riscatto.

La questione petrolifera ‘Tempa Rossa’ a Taranto, grazie a questo risultato, diventa ora centrale, non più solo battaglia di chi si è speso in questi anni, spesso in solitudine, contribuendo in così breve tempo a sensibilizzare l’opinione pubblica locale.
Per arrivare al quorum, sarebbe stato sufficiente ancora un mese, purtroppo non concesso da un governo che ha preferito non indire l’Election Day e che, invitando all’astensionismo, ha contribuito allo sperpero di denaro pubblico.

Questo referendum sarà anche ricordato perché attraversato, nelle ultime settimane, dallo scandalo intercettazioni che ha indotto l’ex Ministro Guidi a dimettersi e che ha messo in luce una forte commistione tra lobbies del petrolio e politica. Ma i continui colpi inferti ai territori, presto o tardi, torneranno indietro, come un boomerang. Vedremo alla fine chi esulterà.

Grazie a Taranto e alla sua provincia per aver votato e a tutti i cittadini italiani consapevoli.

Legamjonici contro l’inquinamento
18/04/2016

LOCANDINA AGGIORNATA convegno  19 febbraio

‘NO TRIV’ SIGNIFICA:
-no alla devastazione delle risorse naturali
-no alla politica energetica basata sul fossile
-no alle scelte imposte da un governo sordo alle istanze territoriali

VENERDI 19 febbraio, alle ore 17.00, presso il Centro Polivalente Giovanni Paolo II, in via Lisippo 8 a Taranto cercheremo di capire insieme le ragioni del sì al Referendum No Triv. Seguirà un dibattito.
Con noi ci sarà Enzo Di Salvatore, docente di Diritto Costituzionale all’Università di Teramo e autore dei quesiti originari per il Referendum No Triv che sta facendo tremare il governo italiano. E’ esponente del Coordinamento Nazionale No Triv.
Interverranno:

Rossella Baldacconi, PhD in Scienze ambientali
Rosanna Rizzi, Architetto, Esperta in pianificazione e progettazione del paesaggio, Coordinamento No Triv- Terra di Bari
Esponenti del Coordinamento No Triv della Basilicata.

Modera:

Daniela Spera, PhD in Scienze Farmaceutiche, specializzata in chimica organica, responsabile del Comitato Legamjonici e portavoce del Movimento Stop Tempa Rossa.
E’ impegnata nelle maggiori vertenze ambientali a Taranto: Ilva, Eni, Tempa Rossa.
Invitati ad intervenire: cittadini, comitati, associazioni, esponenti politici e organi di stampa.

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Ad attivare la Commissione Europea è stato il Comitato Legamjonici che aveva denunciato il diniego da parte della Asl di Taranto all’accesso alle informazioni riguardanti i dati di contaminazione da diossina e PCB di campioni di mitili antecedenti il 2008. Tali dati erano stati richiesti nell’ambito di un’inchiesta che la Commissione aveva avviato su sollecitazione di Legamjonici, che aveva segnalato il superamento dei valori di PCB e diossine, tra luglio 2011 e giugno 2012, nei mitili del primo seno del Mar Piccolo. Il diniego era stato motivato da parte della Asl con l’impossibilità di fornire le informazioni richieste per la presenza di ‘dati sensibili’.Legamjonici in occasione dell’incontro svoltosi a Bruxelles il 27 gennaio 2015, per la discussione del progetto ‘Tempa Rossa’, ha così informato la Commissione Europea, rilevando una possibile violazione della Convenzione di Aarhus da parte dello Stato Italiano.

La Convenzione di Aarhus, recepita dall’UE, sul diritto all’informazione ambientale, prevede all’art.4:

‘6. Ciascuna Parte provvede affinché, nei casi in cui le informazioni sottratte all’obbligo di divulgazione in forza del paragrafo 3, lettera c) e del paragrafo 4 possano essere stralciate senza comprometterne la riservatezza, le autorità pubbliche rendano disponibili le rimanenti informazioni richieste. 7.(…) La notifica deve precisare i motivi del diniego e fornire informazioni sull’accesso alle procedure di ricorso di cui all’articolo 9. Il diniego deve essere comunicato quanto prima e comunque entro il termine di un mese, a meno che la complessità delle informazioni non giustifichi una proroga, che in ogni caso non può essere superiore a due mesi a decorrere dalla richiesta.’

Legamjonici aveva osservato che sebbene il diniego fosse stato notificato per iscritto, la notifica non ne dettagliava i motivi, non forniva informazioni sull’accesso alle procedure di ricorso e non forniva i dati con l’omissione di informazioni non divulgabili. Questo ha impedito alla richiedente –Daniela Spera– di poter agevolmente, e nei tempi indicati dalla legge, presentare ricorso interno nella sede opportuna, anche perché il diniego è stato comunicato con estremo ritardo (oltre 3 mesi senza alcun avviso di proroga).

La Commissione europea, inserendo il contenzioso in uno specifico caso EU Pilot, ha chiesto all’Asl di Taranto, tramite la Struttura di Missione per le Procedure d’Infrazione presso la Presidenza dei Ministri, Dipartimento Politiche Europee, di fornire i dati richiesti per non incorrere in una procedura d’infrazione. L’Eu Pilot infatti é un meccanismo di risoluzione dei problemi e di scambio di informazioni tra la Commissione e gli Stati membri che si sviluppa nella fase antecedente l’apertura formale della procedura di infrazione. In seguito all’intervento della Commissione Europea, la Asl di Taranto ha fornito i dati richiesti.

Il comitato Legamjonici accoglie con soddisfazione il risultato ottenuto ma vigilerà affinché tutte le informazioni sui livelli di contaminazione del Mar Piccolo e del Mar Grande, per diversi inquinanti, siano rese immediatamente disponibili. E’ evidente che in Italia per poter esercitare un diritto è necessario rivolgersi alle autorità europee e da questo momento in poi Taranto è nel mirino della Commissione Europea anche in merito al rispetto del diritto all’informazione.

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Con il decreto “Sblocca Italia” non si contano le autorizzazioni da parte del Governo a violare l’ambiente e, soprattutto, il mare Adriatico. E il braccio di ferro con le Regioni prosegue senza fine.

di Nicolina Di Gesualdo.

Diciamolo chiaramente: per l’ambiente, il 2016 non sembra essere iniziato nel migliore dei modi. Il Ministero dello Sviluppo Economico ha, com’è ormai noto, detto sì con il decreto “Sblocca Italia” ai lavori per le opere di Tempa Rossa a Taranto, dichiarando che “sussistono i presupposti per l’emanazione del relativo provvedimento di autorizzazione previa intesa con la Regione Puglia”. Nel frattempo, il 22 dicembre scorso, sempre il Governo ha dato il via libera alle trivellazioni nel Gargano, a due passi dalle Isole Tremiti, per neanche duemila euro l’anno. Come se non bastasse, un altro fatto gravissimo emerge in questi ultimi giorni: la Snam Rete Gas S.p.a. afferma di voler realizzare un gasdotto Snam s.p.a. “Rete Adriatica”– di circa 700km – lungo la dorsale appenninica, che metterebbe a rischio aree ad alta sismicità e contraddistinte dalla presenza di parchi naturali. Queste sono solo alcune delle risposte del Governo Renzi alle (circa) 52 istanze di permesso di ricerca e prospezione presentate dalle diverse compagnie petrolifere. Ma affrontiamo le tre questioni con ordine.

Se andiamo sul sito di Total – titolare del 50% della “concessione Gorgoglione” assieme a Shell (25%) e Mitsui (25%) –  nella descrizione del progetto Tempa Rossa leggiamo chiaramente che “il giacimento è particolare per la natura degli idrocarburi presenti […] ma anche per il suo contesto ambientale: situato tra il parco regionale di Gallipoli Cognato e il parco nazionale del Pollino, la concessione si trova nel cuore di una regione ad alto valore turistico per la bellezza dei suoi paesaggi”. Dunque, su ammissione della stessa Total (!), il territorio che si andrebbe a toccare possiede un enorme patrimonio, artistico e ambientale: il tratto di terra in questione, infatti, consta di 4.200 ettari di boschi e rocce, oltre a corsi d’acqua e sorgenti, a cui vanno aggiunti un patrimonio archeologico molto rilevante e una sismicità non trascurabile. Quali conseguenze avrà, dunque, il protrarsi di questi lavori? Il greggio poi, come se non bastasse, secondo quanto previsto dal progetto finirebbe a Taranto per essere stoccato nei due serbatoi petroliferi delle raffinerie Eni, il che avrebbe ripercussioni gravissime su una città già devastata dall’inquinamento. Le emissioni diffuse e fuggitive nel capoluogo pugliese, infatti, aumenterebbero del 12%, si verificherebbe un incremento dei composti organici volatili e del traffico di petroliere nel Golfo di Taranto, con rischi di incidenti e conseguenti danni all’ecosistema marino.

Ennesimo esempio lampante, inoltre, di come il Governo si disinteressi dell’enorme patrimonio naturale italiano, è stata l’emanazione del decreto n.176 con cui è stato conferito il permesso B.R274.EL alla società Petrolceltic Italia Srl di avviare gli studi esplorativi al largo delle Isole Tremiti per la durata di circa dodici mesi. Il rischio che i fondali marini della zona interessata potessero finire nel mirino della società irlandese era già stato sfiorato anni fa, ma poi la questione era stata insabbiata e messa da parte. Dopo anni di proteste, ricorsi, battaglie di vario genere, la tanto temuta autorizzazione è arrivata e così giungeranno le conseguenze di queste trivellazioni: già nel 2012, l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra) aveva sottolineato in un rapporto tecnico sulla “Valutazione e mitigazione dell’impatto acustico dovuto alle prospezioni geofisiche nei mari italiani” i problemi provocati utilizzando la tecnica dell’airgun, l’indagine geofisica usata per la ricerca petrolifera e considerata particolarmente nociva per l’ecosistema marino: dai danni ai tessuti corporei degli organismi acquatici alla soppressione del loro sistema immunitario, passando per una diminuzione permanente della capacità uditiva e del tasso riproduttivo fino allo spiaggiamento (fenomeno che avviene continuamente anche sulle coste del mare Adriatico, si pensi al caso dei sette capodogli sulla costa del Gargano nord nel non lontano dicembre 2009).

Ultimo smacco all’ecosistema nel nostro Paese, ma non per importanza, sarà, qualora dovesse essere approvato, un altro progetto di cui si parla da ormai otto anni: la costruzione del Metanodotto Rete Adriatica ad opera della Snam s.p.a. Esso attraverserebbe l’intera dorsale appenninica, ossia i territori italiani a più elevata sismicità. Nel tratto che interessa l’Abruzzo, il Lazio, l’Umbria e le Marche, su 30 località appenniniche attraversate dall’opera, 15 sono a zona sismica. Molte di esse sono proprio quelle più colpite dal disastroso terremoto del 6 aprile del 2009: L’Aquila, Pizzoli, Barete, Barisciano, Poggio Picenze, San Demetrio ne’ Vestini, Fagnano Alto, Prata d’Ansidonia, San Pio delle Camere, Navelli, Caporciano, Popoli. Nella Valle Peligna, che è considerata zona sismica di primo grado, il metanodotto è previsto lungo la faglia sismica del Morrone, e andrebbe a coinvolgere i comuni di Sulmona, Pacentro, Pratola Peligna, Corfinio e Roccacasale. La prevista centrale di compressione Snam è, tra l’altro, molto vicina all’epicentro del terremoto. Anche nel tratto dell’Umbria il tracciato interessa diverse località coinvolte dal sisma di tredici anni fa, quindi va da sé quanto il rischio per le popolazioni sia assolutamente elevato. Inoltre non va sottovalutato il pesante impatto che, in molti tratti, il metanodotto avrebbe sull’ambiente naturale, sulle aree di interesse storico e archeologico e sulle attività economiche delle popolazioni. Per non parlare dei rischi derivanti da possibili incidenti o esplosioni, come, tra l’altro, è avvenuto di recente a Ponte Presale, nel comune di Sestino, in provincia di Arezzo o a Mutignano di Pineto, in provincia di Teramo, poco tempo fa.

Le multinazionali sembrano, dunque, avere vita facile in Italia, mentre i diritti dei cittadini non vengono tutelati a dovere dai loro stessi rappresentanti regionali, che, per la maggior parte, sembrano solo “fiutare consensi” e rilasciare dichiarazioni di convenienza.

Intanto la Corte Costituzionale ha approvato il referendum ‪notriv sulla durata dei permessi di ricerca in mare. In principio i quesiti erano sei ma il referendum ha fatto talmente tremare i piani alti da costringere il Governo a modificare la normativa in materia, nel tentativo di farlo fallire. L’integrazione nella normativa dei quesiti referendari- meglio avere norme modificabili piuttosto che una decisione definitiva voluta dal popolo-avrebbe determinato l’inammissibilità del referendum poiché privo di motivazione. Il Governo- insieme alla Regione Abruzzo, ritiratasi inspiegabilmente – si è dunque opposto all’ammissibilità del restante quesito, ma ha perso miseramente. Ora non resta che recuperare altri due quesiti, sollevando il conflitto di attribuzione, per dare maggiore corposità al referendum no triv.

Uno dei quesiti ‘accolti’ dal Governo, finalizzato a restituire potere alle Regioni, si riferiva a progetti come Tempa Rossa, nella parte riguardante le infrastrutture connesse alle attività petrolifere. Tale quesito è stato inserito nel nuovo pacchetto di emendamenti alla legge di stabilità in vigore dal 1 gennaio 2016. Questo ha spinto i movimenti locali e nazionali a lanciare un appello al presidente della Regione Puglia Michele Emiliano, affinché riveda le autorizzazioni concesse. E mentre continua il braccio di ferro tra Stato e Regioni, i cittadini e l’ambiente continuano a pagarne le conseguenze.